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Donald Trump visto da un italiano in Messico

Quando si tratta di Donald Trump le sorprese sono sempre dietro l’angolo. È di poche ora fa la notizia che il Presidente americano ha fatto dietro front in merito al Patto mondiale sulla migrazione (Global Compact on migration), firmato nel settembre del 2016 a New York dai 193 paesi dell’ONU. Un nuovo gesto di ostilità nei confronti dei non americani.

Ai tempi del suo insediamento alla Casa Bianca, all’inizio del 2017, le dichiarazioni di Trump incutevano timore al mondo e soprattutto ai vicini messicani. Come italiano da anni residente nel paese, ho vissuto la vicenda Trump da vicino e non senza apprensione.

La corsa di Trump alla Presidenza vista dal Messico

Quando ancora Trump era solo un candidato presidenziale, i politici messicani ne cavalcavano l’onda per creare degli spot pubblicitari che ne risaltassero il ridicolo. Usavano la parola Trumpada, come dire una “trampata” in italiano, ovvero una cosa ridicola e assurda. Per esempio: “Vorrebbero che noi messicani fossimo divisi e isolati, messi in ginocchio. Questa è una “trampata”, perché i nostri vicini del nord sanno bene che non siamo mai stati così uniti e così interconnessi”.

Giornalisti e presentatori lo davano per spacciato e ridevano di Trump un giorno sì e l’altro anche. La parola che più girava era payaso (pagliaccio).

Poi è arrivato il giorno delle elezioni ed è cominciato il triste risveglio. Quello che sembrava impossibile non lo era più. Tutta la popolazione messicana era incredula e attendeva di vedere quali effetti avrebbe avuto sul loro Paese una presidenza di Trump, un politico apertamente razzista, misogino, ignorante e decisamente anti-messicano.

La prima reazione dopo l’elezione di Trump: la paura

Ricordo che la sera in cui stavano uscendo i risultati delle votazioni statunitensi, parlavo abbastanza disperato con mia moglie e, per la prima volta dal 2012, abbiamo seriamente cominciato a discutere la possibilità di tornare in Italia.

Entrambi lavoriamo per un’impresa automobilistica multinazionale con grandissimi investimenti in Messico, perciò le prospettive erano funeree: il lato messicano della compagnia rischiava di andare sul lastrico. Ci si aspettava che l’azienda interrompesse gli investimenti in questo lato del Rio Bravo, causando centinaia di licenziamenti.

Proprio in quell’occasione mi sono reso conto di quanto amassi questo paese, per tutte le opportunità che mi ha dato. Così, abbiamo atteso con tristezza il momento dell’insediamento del presidente.

Se ricordate bene, i primi giorni di Trump furono frenetici: per dare l’idea di essere un presidente diverso e iperattivo, annunciò, cancellò e dichiarò molte cose differenti e a volte in completo conflitto fra loro. Lo stesso successe nella relazione col Messico. Varie volte scelse di ripetere che avrebbe costruito un muro alla frontiera col Messico, e il presidente messicano Enrique Peña Nieto fu criticato per non aver mandato una rapidissima contro-risposta.Trump

L’escalation si vide in poche  settimane con un ultimatum: Trump disse che nella prossima visita del presidente messicano avrebbero discussi di come il Messico avrebbe pagato il muro e che se non era d’accordo sulla sua costruzione, Peña Nieto poteva evitare di presentarsi.
Questa volta la reazione fu rapida: il presidente messicano cancellò la propria visita in meno di un’ora, ma anche in quell’occasione fu criticato dai suoi connazionali, perché una parte dell’opinione pubblica aveva realmente paura di Trump e delle conseguenze di mettersi apertamente in scontro con lui.

La questione dei bad guys, i narcotrafficanti messicani

Poi ci fu l’increscioso discorso sui bad guys. Trump disse che c’erano dei “ragazzacci” alla frontiera con gli Stati Uniti, riferendosi ai narcotrafficanti, e che se il Messico non si fosse occupato di loro, ci avrebbero pensato gli Stati Uniti con un intervento militare. Aveva praticamente minacciato un’invasione del suolo sovrano, equivalente a una guerra. Tutti i consiglieri presidenziali cercarono di dare altra interpretazione alle sue parole, ma per il mondo era ormai chiara la poca prudenza politica dell’uomo più potente del mondo.

A livello economico, poche multinazionali del settore automobilistico ascoltarono le minacce e fecero dietrofront con gli investimenti. Nessuna fabbrica chiuse, anche se alcuni progetti di fabbriche da costruire in Messico furono cancellati.

Altri manager furono più lungimiranti, come il nostro concittadino Marchionne, che lasciò trapelare l’espansione di una fabbrica negli Stati Uniti e ricevette gli elogi del presidente statunitense. Peccato che questa espansione in suolo nordamericano fosse in cantiere già da due anni e quindi non fu la conseguenza delle minacce economiche, ma solo un astuto tempismo nelle dichiarazioni.

L’economia del Messico con Trump

Poi cominciarono le discussioni sul Tlcan, che in Italia si conosce con la sigla inglese Nafta, il trattato del libero commercio dell’America del Nord, che unisce Messico, Stati Uniti e Canada. Donald Trump annunciò che voleva abbandonare questo trattato commerciale, che secondo la sua opinione aveva fatto perdere tanti posti di lavoro agli americani.

In un primo momento la fine del Nafta fu vista in Messico come l’apocalisse. Questo trattato ha certamente influenzato la crescita economica messicana ma in maniera contrastante, potenziandone l’industria ma distruggendone l’agricoltura. Basti pensare a questo dato incredibile: il Messico, la cui base alimentare è la tortilla con i suoi numerosi derivati, è costretto ad importare mais dagli Stati Uniti.

Lentamente sono arrivate offerte di trattato con altre aree del mondo, vari presidenti sudamericani hanno suggerito al Messico di “guardare in giù”, come a dire di prendere in considerazione l’immenso mercato costituto dal subcontinente latino.

Anche la Cina e il Giappone avevano messo gli occhi sul succulento bacino economico messicano. Ora come ora, le contrattazioni continuano e sembra che l’ipotesi più forte sia una ricontrattazione continua del trattato, fra i tre vicini del nord, ogni cinque anni.

Trump oggi non fa più paura ai messicani

Col passare dei mesi, il pallone gonfiato perse l’aria, lentamente, ma inesorabilmente. Allo stato attuale, i messicani che vivono in patria non hanno più paura del “presidente arancione”.

Il muro non è più considerato un problema reale, perché se anche si costruirà, sarà con una enorme lentezza e con conflitti continui tra il governo e una galassia di associazioni civili. In giugno ci saranno le presidenziali messicane e nessun politico messicano potrà mai insediarsi come presidente senza una dichiarazione forte e chiara contro il finanziamento del muro. Si tratta di dignità nazionale e si tratta di un popolo che continua a leccarsi le ferite fin dai tempi della perdita del Texas (nel 1848), fatto vissuto come vera e propria tragedia psicologica anche a più di un secolo di distanza.

Il problema Messico è momentaneamente accantonato, perché Trump sta affrontando ben altri guai: l’enorme opposizione all’interno del suo paese, la minaccia nordcoreana, lo scontro diplomatico con l’Australia per la gestione dei profughi nell’isola di Nauru, la fine e il ricalcolo del trattato di libero commercio nel Pacifico, la relazione necessaria e difficile con il colosso cinese…in pratica, la normale vita di un presidente statunitense, finalmente alle prese con la serietà del suo incarico e che è uscito (molto tardi) dal sogno cinico in cui si baloccava.

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