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Stefano Miceli, il pianista italiano che dirige le orchestre più prestigiose del mondo

Ha diretto orchestre e suonato il pianoforte nei più importanti teatri del mondo ed è uno dei pochi artisti a unire le due carriere con grande successo. Più che una scelta professionale, la sua è una vocazione. Stefano Miceli, nato a Brindisi 43 anni fa, ma cittadino del mondo con casa a New York e a Bergamo, è tra i più apprezzati musicisti del panorama internazionale, tanto da essersi guadagnato la stima delle maggiori cariche istituzionali italiane.

Sul suo sito campeggiano lusinghiere recensioni di famosi media internazionali e nel 2008, quando aveva solo 33 anni, il Presidente Giorgio Napolitano gli conferì la medaglia d’argento dopo un concerto celebrativo della Costituzione. Nel 2015, invece, il Presidente Sergio Mattarella lo volle a dirigere un importante concerto a Saigon, per suggellare l’amicizia culturale e commerciale con il Vietnam. Un evento che l’artista ricorda ancora con grande emozione.

Esperienze che hanno lasciato il segno, ma che sono solo gocce nella vastissima serie di successi di questo pugliese dall’accento indefinibile, frutto di una vita “zingara” che lo vede protagonista nei luoghi più ambiti da qualsiasi musicista: dal tempio newyorkese della musica, la Carnegie Hall, alla Sydney Opera House, passando per la Filarmonica di Berlino fino, alla Fenice di Venezia e altri centinaia di palcoscenici in ogni parte del mondo.

Stefano Miceli

Stefano Miceli con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2015 in occasione di un concerto a Saigon davanti alle autorità italiane e vietnamite

​Raggiungo Stefano Miceli nella sua casa a Bergamo, dove sta trascorrendo qualche giorno di vacanza con la moglie che per questioni professionali non si è trasferita con lui a New York. I due viaggiano spesso per incontrarsi laddove li portano gli impegni di entrambi. Un ménage che pare funzionare egregiamente.

La musica come ragione di vita

Pochi minuti di conversazione con Stefano Miceli ed è subito chiaro come la musica sia stata al centro della sua vita fin dalla primissima infanzia. Racconta lui stesso:

A cinque anni mi hanno regalato una piccola tastiera giocattolo, di quelle che io oggi dico sempre di regalare ai bambini a “fondo perduto”. I miei genitori si sono subito accorti che era un giocattolo diverso dagli altri per me, così mi hanno fatto prendere lezioni di pianoforte. La mia fortuna è stata avere dei super maestri fin da bambino, che non solo mi hanno motivato, ma hanno dato serietà all’approccio con la musica. Già da ragazzino era chiaro che io dovessi intraprendere questo percorso come uno stile di vita.

Stefano Miceli investe tutta la sua adolescenza nello studio perché oltre al pianoforte sin da ragazzino si innamora della direzione d’orchestra, una disciplina a cui però potrà accedere solo molto più tardi, dato richiede anni di preparazione previa. Il suo talento però è già evidente, tanto che a soli tredici anni, mentre suona il pianoforte in chiesa, il cappellano della vicina base Nato gli chiede di suonare per i militari americani. Racconta il Maestro:

Invece del tipico lavoretto che fanno i ragazzini nel tempo libero, io suonavo nella base, dove non c’era nemmeno un italiano, perciò in quegli anni ho imparato l’inglese e ho stabilito rapporti di amicizia che durano ancora oggi. Probabilmente quell’esperienza mi ha condizionato e mi ha portato a vedere l’America come un obiettivo.

Dopo i primi anni accademici al Conservatorio di Lecce, a quattordici anni Stefano Miceli comincia a studiare in quello di Napoli, che all’epoca era considerato la scuola pianistica per eccellenza in Italia. Un cambiamento che implica non pochi sacrifici:

Due volte la settimana andavo in Conservatorio a Napoli per studiare pianoforte e composizione. Viaggiavo sempre di notte, facevo il liceo scientifico e la scuola mi permetteva di fare delle assenze per questo motivo, per fortuna. A diciassette anni mi sono trasferito definitivamente a Napoli.

La formazione di Stefano Miceli è intensissima e, a parte un master in piano performance alla Catholic University di Washington, è tutta italiana. Frequenta la scuola di perfezionamento pianistico di Fiesole e si dedica finalmente anche alla direzione d’orchestra con la guida del Maestro Donato Renzetti, accumulando un totale di ben 23 anni di studi accademici. Uno sforzo che produce risultati eccellenti e che lo vede trasferirsi da Napoli a Bergamo.

Il mio maestro di direzione d’orchestra mi aveva consigliato di spostarmi a Milano, ma dopo Washington e Napoli volevo una città con una dimensione più a misura d’uomo, un po’ meno caotica. È qui che ho conosciuto mia moglie.

Stefano Miceli
I debutti sui palcoscenici più famosi del mondo

In breve la carriera di Stefano Miceli decolla in tutto il mondo facendo di lui un nome inizialmente più conosciuto all’estero che in Italia. Giovanissimo, debutta su i palcoscenici più prestigiosi, dove altri musicisti approdano solo a fine carriera. Un fatto che, senza nessuna presunzione, spiega così:

Ho sempre inseguito i teatri più importanti del mondo. Ho avuto anche molte sconfitte, però ho insistito davvero tanto. Ho avuto la fortuna e l’abilità di associare il mondo accademico al mondo concertistico, che all’estero sono quasi sempre uniti, mentre in Italia sono carriere spesso separate. Questo mi ha permesso di avere tante conoscenze che mi hanno aiutato ad aprire le porte dei teatri. Il nostro Paese ti obbliga a scelte drastiche, o insegni o fai il concertista. Per avere una carriera all’estero la commistione tra mondo accademico e concertistico, invece, è fondamentale.

L’internazionalizzazione della carriera per Stefano Miceli è un’esigenza dettata dal desiderio di conoscere e affrontare audience differenti.

La musica è un linguaggio universale e per me è sempre stato stimolante imparare ad avere a che fare con un pubblico diverso. Non è la stessa cosa suonare per un audience tedesco, americano o asiatico.

 Stefano Miceli e il pubblico 

L’esperienza ha insegnato al Maestro Miceli che quando si va in un teatro straniero è importante scegliere da un lato un programma che possa funzionare e allo stesso tempo offrire anche i propri cavalli di battaglia, soprattutto se si tratta di un debutto. Ma per avere successo è l’aspetto emotivo a giocare un ruolo fondamentale. Spiega il protagonista:

I concerti devono essere un veicolo emotivo. La tecnica è un problema mio, ma il pubblico deve uscire dal teatro più ricco o almeno sollevato. Con l’esperienza si impara che, per esempio, il pubblico asiatico è attentissimo, ma è un pubblico a cui manca tanto repertorio, perciò non è esaltante come quello americano. Negli Stati Uniti trovi un audience che si diverte, che non è lì per giudicarti come invece accade in Germania. Chi è agli inizi della carriera magari queste cose ancora non le sa, ma le avverte.

Secondo Stefano Miceli la ricetta del successo di un concerto è fatta da tre aspetti:

Il concertista ha successo quando fa una triangolazione tra pubblico, personalità artistica e fisicità. Se non sente di essere “insieme al pubblico” gli altri due punti si neutralizzano. Io dico sempre che le poltrone del pubblico bisogna immaginarle sul palco altrimenti significa che sei troppo solo a suonare o a dirigere. La presenza del pubblico la devi sentire come se fosse co-protagonista, se no basterebbe comprare un CD.

E il pubblico unito a tante emozioni significative Stefano Miceli confessa di averle avvertite soprattutto nove anni fa in occasione del suo debutto alla Carnegie Hall di New York, dove ha diretto l’orchestra Filarmonica di Lipsia. Un concerto con standing ovation che gli è rimasto profondamente nel cuore.

Stefano miceli
Direttore della Scuola d’Italia a New York

Parallelamente all’attività concertistica, Stefano Miceli sviluppa collaborazioni con Università e Conservatori di Stato tra i più prestigiosi del mondo, dalla Boston University, all’University of New Mexico fino a quelle di Washington, Melbourne, Bangkok, Pechino, Hanoi, dove viene chiamato per tenere masterclass di perfezionamento. Ed è proprio la docenza che due anni e mezzo fa gli offre l’opportunità di trasferirsi a New York:

Tre anni fa ho suonato nella Harvard Hall della Harvard University ed era presente la direttrice della Scuola d’Italia, un istituto privato riconosciuto sia dal ministero dell’istruzione americano che da quello italiano. Dopo il concerto mi ha chiesto se ero disponibile a costruire da zero e a dirigere il dipartimento di musica della scuola lì a New York. Dovevo occuparmi di tutto il percorso accademico musicale, compreso il reclutamento dei docenti, in modo da rendere la scuola competitiva anche dal punto di vista musicale. Per uno come me che è sempre stato un po’ zingaro, che conosceva bene New York e aveva già degli agenti in città, la proposta era eccitante, così accettai.

Il bello e il brutto di una vita per la musica

Nonostante una personalità incline al sorriso e la grande positività che trasmette quando racconta la sua storia, è inevitabile domandare al Maestro se una carriera così brillante lo ha visto qualche volta in difficoltà. Stefano Miceli non ha dubbi:

Sì, qualche crisi c’è stata. Prima di trasferirmi in America, in alcune annate, mi capitava di sentirmi scoraggiato. Per me l’attività concertistica è prioritaria su quella accademica, per questo quando rientravo da grandi debutti in luoghi importanti come l’Opera House di Sydney o la Carnegie Hall di New York, sentivo che tutto quello che avevo fatto “si azzerava”. In Italia vige una tradizione un po’ campanilistica per cui il circuito musicale è “chiuso”, riservato agli italiani e non dialoga con quelli come me, che vogliono essere concertisti internazionali. Però poi, al di là della mia forza e delle persone che mi erano vicine, la musica è sempre stata la vera medicina. La carriera di un artista è quella di un a persona senza ufficio. Ci sono momenti in cui sei molto celebrato e altri in cui sei più solo.

Proprio la solitudine è indicata da Miceli come l’aspetto più negativo del lavoro di un artista del suo calibro:

In alcuni momenti tra i più importati della tua vita ti trovi solo. Magari vorresti condividerli con tua moglie e con la famiglia, ma a volte è impossibile. E anche se lo racconti non è la stessa cosa.. Io però sono positivo. C’è gente che non si è nemmeno sposata…

La possibilità di parlare di se stessi con chiunque attraverso la musica e quella di confrontarsi con la storia, interpretando i grandi compositori del passato, sono soddisfazioni che compensano, secondo Stefano Miceli, i problemi di una vita a volte complicata. Ma non solo:

Tra le cose belle, ci sono i ristoranti… Il fatto di viaggiare sempre mi dà la possibilità di provarne tantissimi. Oltre alla cucina italiana e francese che sono le migliori del mondo, dei ristoranti studio i colori, il design, le forme. La cucina è arte.

Stefano Miceli

Gli italiani, il pubblico più intellettuale

Una volta raggiunta la fama internazionale, la carriera di Miceli è stata premiata anche in Patria con concerti nei luoghi più importanti del territorio nazionale, dalla Scala di Milano alla Fenice di Venezia. Il riconoscimento da parte dei propri connazionali è molto apprezzato dal Maestro:

Quando scopri di non essere stato dimenticato, pur essendo stato lontano dalla scena musicale nazionale, ti senti più felice di essere italiano. Per un musicista il pubblico italiano è il più “tosto”. È un pubblico molto intellettuale e non è una questione di piazza: puoi suonare a Bari o a Milano e il pubblico ti ascolta allo stesso modo. Molti stranieri non lo sanno. Associano l’Italia all’opera e pensano che non ci sia nient’altro. Invece il nostro pubblico è una palestra importante.

In una carriera così autorevole lo studio ha un ruolo essenziale. Spiega Stefano Miceli:

Se non si studia tutti i giorni o almeno tutte le settimane, non si è competitivi, è un fatto scientifico. Perché la personalità si costruisce, si arricchisce viaggiando e anche quella artistica matura con l’esperienza di palcoscenico, ma la tecnica è la tecnica. La conoscenza delle partiture per un direttore d’orchestra, come  l’abilità tecnica della mano per un pianista, sono solo un fatto di esercizio.

Il ruolo del direttore d’orchestra

Scagli la prima pietra chi non si è mai domandato a che cosa serve un direttore d’orchestra. Per i profani gli orchestrali dovrebbero saper suonare anche senza la presenza della bacchetta di un direttore e su questo punto la spiegazione di Stefano Miceli, che ricorre a una metafora, è illuminante:

Questa è una domanda che ci si pone alla prima lezione di direzione d’orchestra. Non è un caso che alla direzione si arrivi dopo molti anni. La risposta non la dà un maestro, ognuno trova la sua. La mia è che l’orchestra è un po’ come un cavallo: se lo lasci libero di correre all’impazzata non sbatterà mai contro un muro perché è intelligente. L’orchestra senza direttore è così: non crea degli incidenti, però se tu sei sul cavallo e hai le briglie, guidi tu. Il direttore d’orchestra serve a dare a tante menti preparate, ciascuna con la sua personalità, un’unica identità, che è, appunto, quella del direttore che ci mette la firma. Non è la stessa cosa la Quinta di Beethoven con Miceli o con un altro.

Il Maestro sottolinea che può essere più difficile suonare in orchestra che dirigere:

Uno come me sarebbe stato cacciato dopo due giorni o se ne sarebbe andato perché se si ha una personalità artistica forte non si è mai troppo disposti ad adattarla ad altri pensieri musicali.

I sogni, la musica leggera e il jazz

Anche se nella sua carriera ha raggiunto innumerevoli traguardi a questo musicista dall’aria solare, come la regione che gli ha dato i natali, non mancano i sogni:

Mi piacerebbe tornare anche per la sesta o settima volta in alcuni teatri importanti. Però il mio grande sogno non è su me stesso bensì sui miei allievi. Vorrei vedere quelli che meritano ottenere quello che gli spetta. Stiamo vivendo una realtà musicale che sta cambiando molto e il rischio è che i giovani di oggi si scontrino con regole diverse, più legate al business. Io mi auguro che possano vivere in pieno quello che stanno imparando.

Impossibile non chiudere la conversazione con una curiosità: dopo tanta musica classica, c’è posto per un po’ di musica leggera nella vita di un pianista e direttore d’orchestra di successo? Stefano Miceli non ha dubbi:

Sì certo! Mi piace la musica leggera, anche italiana. La ascolto poco solo per questioni di tempo. Io credo che la musica colta sia quella fatta bene, non è questione di musica classica o leggera. Mi piacciono Renato Zero, un musicista e non solo un cantante, Michael Jackson, Elton John, tutti veri artisti. E poi mi piace moltissimo il jazz ma mi umilia perché non sono capace di farlo. Il Jazz è entrato in Italia a livello accademico un po’ troppo tardi.

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