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D-Orbit, la startup italiana che rende ecosostenibile lo spazio

D-Orbit è una startup 100% italiana a dir poco peculiare, perché ha come obiettivo rendere lo spazio un luogo ecosostenibile, ovvero libero dall’immensa massa di detriti accumulatisi negli anni e che vagano fuori controllo intorno alla Terra.

Una missione, quella della D-Orbit, sempre più necessaria, visto che dal lancio dello Sputnik nel 1957, la corsa allo spazio non si è più arrestata e ha visto andare in orbita oltre sei mila satelliti, dei quali, oggi, solo meno di mille sono ancora in funzione. Il resto, spesso ridotto in pezzi più o meno grandi (pare ci sia anche un guanto perso da un astronauta), vaga senza meta nello spazio e risponde solo alle leggi di gravità. Tutto ciò ha trasformato la porzione di universo più vicina al nostro pianeta in un’enorme discarica colma di space debris, come vengono chiamati in gergo tecnico i rottami spaziali e il peggio, pare, deve ancora venire.

Una circostanza poco conosciuta al grande pubblico, ma che comincia a generare non poche preoccupazioni tra gli addetti ai lavori. I circa 300 milioni di detriti che circolano per lo spazio a velocità superiori ai 30 mila Km/h, infatti, possono essere pericolosi sia in caso di collisione con satelliti funzionanti o stazioni spaziali, che nell’eventualità di una caduta su zone abitate della Terra.

Chi sono i fondatori di D-Orbit

Renato Panesi, cofondatore e

Renato Panesi, cofondatore e Chief Commercial Officer di D-Orbit

La storia di D-Orbit, fondata nel 2011 da Luca Rossettini, Ceo della compagnia e Renato Panesi, Chief Commercial Officer, è di quelle che meritano di essere raccontate perché dimostra che il nostro Paese è in grado di dare il meglio di sé anche in settori diversi da quelli per cui gli italiani sono famosi nel mondo.

Panesi e Rossettini, entrambi ingegneri aerospaziali, nel 2009 si incontrano nella Silicon Valley dove stanno perfezionando i loro studi grazie al programma di scambi accademici tra Italia e Stati Uniti Fulbright (Business Exchange Student Training). Dall’unione delle rispettive competenze nasce l’idea che, una volta rientrati in Patria, dà vita alla D-Orbit.

Panesi, quarantenne di Massa Carrara che oggi dice di vivere “da nomade”, poiché la società ha sede tra Milano, Lisbona e Washington, spiega in questa intervista come due giovani ingegneri siano riusciti a dar vita a una startup tecnologica unica nel suo genere, che fa onore al nostro Paese in tutto il mondo. Un esempio di giovani imprenditori convinti che anche in Italia ci siano risorse e capacità per realizzare progetti importanti.

Renato Panesi oggi è un imprenditore di successo, ma qual è stato il tuo percorso formativo? Hai sempre saputo che avresti lavorato “con lo spazio”?

Direi di sì. Da bambino uno dei miei giochi preferiti era costruire le astronavi con i Lego, a sei anni studiavo i pianeti sull’Atlante astronomico e alle medie avevo già chiaro che avrei studiato ingegneria. Lo spazio era da sempre il mio pallino. Mi sono laureato all’università di Pisa, ho fatto il dottorato e mi sono specializzato nel controllo dell’assetto e dell’orbita dei satelliti. È stata dura ma ne è valsa la pena.

Subito dopo la laurea trovi lavoro nel dipartimento di Ricerca e Sviluppo di Finmeccanica, oggi Gruppo Leonardo.

Sì e proprio qui scopro l’esistenza del Programma Fulbright Best, borse di studio riservate a studenti di età non superiore ai 35 anni, con un’idea di impresa ad alto contenuto tecnologico e di innovazione. Io mi sono presentato e ho avuto la fortuna di essere selezionato con un progetto che mirava a fornire sistemi di auto-pilotaggio per aerei. Allora i droni erano all’inizio, non si vendevano a pochi euro in tutti i negozi come oggi…

Così, nel 2009 ti ritrovi in California, nella Silicon Valley per imparare, tra le altre cose, a fare un business plan e studiare marketing. Come è stata l’esperienza?

Mi ha cambiato la vita! Ho frequentato il corso alla Santa Clara University e diversi seminari nelle più prestigiose facoltà californiane. Ho anche lavorato per alcuni mesi presso la sede della Nasa di Mountain View, dove ho imparato molto a livello di regolamentazione, ma soprattutto ho capito che avevo davvero la possibilità di fare qualcosa di mio.

Come è nata l’idea della D-Orbit?

L’intuizione è stata del mio socio Luca, ingegnere aerospaziale laureato al politecnico di Milano, che aveva individuato il problema durante il suo lavoro alla Nasa. Oggi il modo di “fare spazio” sta cambiando. Prima i lanci spaziali erano appannaggio dei grandi gruppi o degli organi governativi. I player del settore erano pochissimi. Oggi siamo di fronte al fenomeno Space 2.0, una nuova economia dello spazio che vede protagoniste tante piccole aziende, nate spesso attraverso venture capital. Il costo dei satelliti si è abbattuto. Se un tempo, un satellite poteva costare anche 200 milioni di euro, oggi con meno di un milione si può realizzare. Lo spazio diventerà una commodity. Da questo ragionamento è nata la nostra idea.

Ingegneri di D-Orbit al lavoro

Ingegneri di D-Orbit al lavoro

Perché siete tornati in Italia per fondare la startup, visto che vi trovavate già nel regno della tecnologia?

Per varie ragioni. Da un lato ci faceva piacere fondare la società nel nostro Paese per spirito patriottico, ma anche perché sapevamo che gli ingegneri italiani sono molto preparati e più flessibili rispetto a quelli americani, che tendono a lavorare a “compartimenti stagni”. Negli Stati Uniti avremmo avuto bisogno di molte più persone per realizzare il progetto, mentre in Italia eravamo solo in cinque e tutti facevamo tutto, permettendoci di contenere i costi.

Come avete ottenuto le risorse per cominciare?

All’inizio, nel 2011, l’unico che lavorava a tempo pieno nella D-Orbit era il mio socio, perché non avevamo abbastanza denaro per pagare due stipendi. Io, al rientro in Italia, sono tornato a lavorare in Finmeccanica. Nel frattempo abbiamo cercato i fondi di venture capital e siamo riusciti a raccogliere cinque milioni di euro. Nel 2015 ho lasciato il mio lavoro dipendente, che mi andava stretto e sono entrato definitivamente in D-Orbit. Da allora abbiamo continuato a sviluppare il progetto e per il 2017 prevediamo di ottenere un giro d’affari di circa 10 milioni di euro.

Come funziona esattamente il vostro brevetto di “pulizia dello spazio”?

In questo momento non abbiamo ancora la tecnologia in grado recuperare i detriti vaganti presenti nello spazio, ma possiamo evitare che se ne creino altri, cosa che, visto il numero di lanci previsti per il futuro, è essenziale. Il nostro dispositivo viene montato sui satelliti prima del lancio e permette di riportarli a terra una volta terminata la missione. Nel secondo quadrimestre del 2017 lanceremo il D-Sat, il primo satellite prodotto interamente da noi. La missione durerà due mesi nei quali verranno condotti diversi esperimenti scientifici. Stiamo mettendo a punto un sito dedicato in cui pubblicheremo tutti gli aggiornamenti.

Preparazione del D-Sat, il satellite interamente prodotto da D-Orbit che verrà lanciato a metà del 2017

Preparazione del D-Sat, il satellite interamente prodotto da D-Orbit che verrà lanciato a metà del 2017

Quante persone lavorano adesso in D-Orbit e come avete impostato il lavoro in azienda?

Al momento siamo trentadue, ma il numero è destinato a crescere. In D-Orbit la regola è… l’assenza di regole. Non ci sono orari né cartellini, tutti possono lavorare in ufficio o a da casa e ciascuno è libero di organizzare il proprio tempo come preferisce. Le vacanze si possono prendere quando si vuole e con questo sistema tutti lavorano con responsabilità. Se serve stiamo in ufficio anche sabato e domenica, poi magari andiamo a sciare il mercoledì.

Una cosa di cui sei particolarmente orgoglioso?

Il fatto che D-Orbit abbia ottenuto il riconoscimento di Benefit Corporation, cioè includa nel suo statuto obiettivi di impatto sociale e ambientale. Prima l’ecosostenibilità era associata solo ad acqua, terra e aria, noi l’abbiamo estesa anche allo spazio.

Anche se sei tornato a vivere in Italia, trascorri spesso diversi mesi negli Stati Uniti. Quali sono le grandi differenze che hai notato tra il nostro modo di lavorare e quello americano?

A parte la minor flessibilità degli americani, che spiegavo prima, e una maggior dose di individualismo che rende un po’ più difficili i rapporti di amicizia, credo che siano imbattibili nel networking. Nelle Università i professori sono al servizio degli studenti e mettono davvero a disposizione il loro tempo e le loro conoscenze. La rete di contatti che si può creare negli Stati Uniti è impressionante.

Qual è il tuo prossimo sogno?

Ingrandire l’azienda e delegare al massimo, in modo da poter dedicare tempo a me stesso, ai miei affetti e ai miei interessi. Credo che il successo sia un giusto compromesso tra qualità del lavoro, il reddito che ne deriva e la qualità della vita privata.

Foto copertina: NOAA Photo Library

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