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Brexit
Hard Brexit, Soft Brexit, No Brexit: l’analisi dell’imprenditore a Londra
Edoardo Narduzzi

Edoardo Narduzzi

Edoardo Narduzzi è un imprenditore seriale che negli ultimi venti anni ha contribuito a creare circa duemila nuovi posti di lavoro di alta qualità scolatisca. È giornalista professionista da quasi trenta anni ed ha scritto otto saggi su tematiche economiche, tecnologiche e sociali. Collabora come opinionista con diversi quotidiani e testate on line. Vive a Londra dove a lanciato due nuove startup: 3meD software e SelfieWealth.

Il Regno Unito non conosceva una situazione politica tanto precaria dai tempi dell’ultimo governo laburista, prima della stagione della Lady di Ferro Margaret Thatcher. Theresa May è un primo ministro per caso, che mai sarebbe entrata a Downing Street 10 se avesse prevalso il Remain, da lei sostenuto senza se e senza ma, al referendum sulla Brexit.

Da mesi è ostaggio delle varie fazioni dei Tory che a Westminster stanno incrociando le lame dal giorno successivo alle ultime elezioni politiche dello scorso giugno, quelle che hanno sancito la sconfitta della May, premier senza più una maggioranza parlamentare ed appesa ai voti del piccolo partito unionista nordirlandese.

Un governo che perde i pezzi

Per uscire dall’angolo, dopo che una sessantina di parlamentari conservatori le avevano chiesto di indicare pubblicamente la data delle sue dimissioni come Premier, la May ha deciso di annunciare dalle pagine del Telegraph che la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea il prossimo 29 marzo 2019 alle ore 23. La risposta all’articolo della capa del governo da parte di quaranta ribelli Tory è stato il loro annuncio di una lettera pubblica con la richiesta di dimissioni della May.

Del resto, il governo perde ogni settimana un pezzo. Prima si è dimesso per accuse di molestie sessuali il ministro della difesa, poi è toccato alla ministra dello sviluppo internazionale, accusata di relazioni opache con Israele, di lasciare il suo dicastero, mentre sulle pagine del Guardian il leader laburista, Jeremy Corbin, ha chiesto alla May di rimuovere dal suo dicastero, quello degli esteri, Boris Johnson, il capo dell’ala dura della Brexit.

Proprio Johnson è il punto di torsione vero della situazione, non la May. Se salta lui, salta il governo e soprattutto entra in crisi la strategia dell’hard Brexit, quella che vuole il Regno Unito fuori dal mercato unico e dall’unione doganale.

Ecco spiegato perché nei prossimi sei mesi si gioca la partita Brexit a tutto campo e senza che via sia ad oggi una chiara prevalenza di una delle possibili strategie politiche: hard Brexit; soft Brexit; no Brexit.

Gli schieramenti in campo

Il sindaco laburista di Londra, città che ha votato a larga maggioranza per il Remain e che vede messi a rischio dalla Brexit i suoi due business principali la finanza ed il turismo, ha chiesto un nuovo referendum.

Il neo segretario dei Liberaldemocratici, Sir Vince Cable già ministro dell’industria nel primo governo di David Cameron, si è immediatamente accodato al sindaco Kahn. Una parte dei laburisti è contraria alla Brexit e l’intero partito è contro l’uscita dal mercato unico.

Il partito nazionalista scozzese ha già dichiarato che un referendum sulla partecipazione all’UE sarà convocato subito dopo il prossimo referendum sull’indipendenza scozzese. Una parte dei deputati conservatori, poi, minaccia di votare contro il governo nel nuovo passaggio parlamentare del Brexit bill a giorni.

Tutti gli scenari possibili della Brexit

Cosa può dunque succedere? Praticamente di tutto. Che il nuovo Parlamento venga sciolto nei prossimi mesi ed inizi una campagna elettorale nella quale la permanenza nell’Eu non è più un argomento tabù, come è stato lo scorso giugno, e diventi un momento politico ufficiale per fermare la Brexit e spingere il paese verso un nuovo referendum.

Oppure che il governo May venga sostituito da un esecutivo di emergenza e di larghe intese, una atipica Grosse Koalition britannica, capace di negoziare con Bruxelles un deal win-win per tutti. Ma anche che l’ala dura dei conservatori punti a sostituire la May con un suo esponente, come il ministro della Brexit David Davis, per portare avanti lo strappo finale con l’Europa.

Se dovessi leggere con gli occhi dell’imprenditore i prossimi mesi direi che la volatilità a Londra rischia di essere sempre più elevata. Ma un paese con un’inflazione da costi importati superiore al 3% ed enormi problemi di debito privato e pubblico non può permettersi di tirare la corda fino a romperla.

Alla fine anche i britannici capiranno che rinunciare alla Brexit potrebbe significare un recupero del 15% nel cambio della sterlina verso l’euro. Sono, infatti, proprio i loro patrimoni personali quelli più colpiti dalla Brexit.

 

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