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Io che 17 anni fa ho scelto di vivere in Bassa California. Una giornalista italiana racconta il suo Messico

Vivo in Bassa California, Messico, da 17 anni, forse per non soccombere al burn-out della vita milanese ai tempi del boom di Internet, quando bisognava correre come pazzi sul web per arrivare primi (ma primi dove? Non l’ho mai capito…). Forse perché dovevo scegliere fra la psicoterapia o mollare tutto. O forse perché, come dice Maruja Torres “La maggior parte di noi si porta dentro da sempre un viaggio, che non è una semplice vacanza, o una visita, ma un sogno… che ha a che vedere con il luogo per cui per motivi misteriosi, sedimentati nei geni, sentiamo di voler appartenere”.

E quel luogo per me è Cabo San Lucas, la punta estrema della penisola chiamata Bassa California, quel dito di terra che si allunga tra l’Oceano Pacifico e il Mar di Cortéz, “l’acquario del mondo”, secondo Jacques Cousteau. Un posto prettamente turistico, dove l’offerta di accommodation è dominata da albergoni in multiproprietà e qualche catena all-inclusive che convivono allegramente con grand hotel da dieci stelle, ville da sette camere da letto e cinque bagni e le mansioni dei divi di Hollywood, che vengono a svernare qui da noi.

Bassa California

Bassa California: uragani e un’economia basata sul turismo nord americano

Da quel 17 gennaio 2001, data del mio sbarco al Cabo, ne sono passate di cose. Il crollo delle torri gemelle, la febbre suina, la crisi Usa del 2011, eventi che hanno messo a dura prova la fragile economia locale, fondata quasi esclusivamente sul turismo a stelle e strisce. Si dice che quando gli Stati Uniti hanno il raffreddore, al Messico viene la polmonite. Ecco, in tutti quei casi alla nostra “travagliata” San Lucas è venuta la tisi, e abbiamo rischiato non il recesso, ma il decesso economico.

Come se non bastasse, in Bassa California è anche passata tanta acqua sotto i ponti: due uragani maggiori, Juliette nel 2001 e Odile nel 14 e vari minori (Henriette, Marty, Ignacio, Newton) e quella tormenta tropicale chiamata Lidia che nel 2017 ci ha coperti di acqua e fango, trascinando via interi isolati. Adesso ne parlo con leggerezza e li nomino come fossero amici invitati a una festa, ma quando sono uscita di casa, dopo Odile, ho pianto.

Lo shock culturale

Oltre al trauma climatologico, ho sofferto pure l’inevitabile shock culturale (provaci tu, donna indipendente e un po’ incazzosa a vivere la quotidianità di un paese machista), ma l’ho superato alla grande. Grazie al mio amore per questa terra e i suoi abitanti… checché se ne dica. Perché puoi dire tutto dei messicani: bugiardi, inaffidabili, ipocriti, voltafaccia, ignoranti, infingardi e chi più ne ha ne metta, ma c’è una cosa qui che è difficile da trovare altrove, specie di questi tempi: la solidarietà. Io l’ho vista dopo le calamità naturali, nei mei vicini che venivano a vedere se avevo bisogno di qualcosa, l’ho vista in tv dopo l’ultimo terremoto di Città del Messico, la vedo tutti i giorni, quando qualcuno ha bisogno di aiuto e c’è sempre chi tende la mano, la vedo a scuola, quando i miei allievi mettono insieme i pochi pesos che hanno in tasca per darli a un compagno in difficoltà.

La vedo nei “rescatistas independientes”, una rete di persone che raccolgono cani e gatti abbandonati o randagi, li curano, li sterilizzano e gli cercano una famiglia adottiva. Io sono una di questi… la prima accolta in casa dieci anni fa è Milù, la gatta più lunatica e scorbutica che esista (ma di un’intelligenza sublime), poi ho preso (dalla strada) Chiquis, a cui avevo trovato un adottante, ma quando é venuto a prenderla ci ho ripensato e me la sono tenuta. Due settimane prima di Odile ho raccolto una cagna quasi moribonda, Beba. L’ultimo arrivato è Tango, rubato da un’officina meccanica da cucciolo, quando guaiva tutta la notte perché lo avevano investito e aveva sette fratture disseminate nelle zampe inferiori. Il veterinario aveva deciso di sopprimerlo e invece lui si é tirato in piedi barcollante sulle zampe rotte, e io mi sono rifiutata. Oggi, a cinque anni corre come un disperato e a una velocità pazzesca.bassa california

Dal giornalismo in Italia all’insegnamento in Bassa California. E in mezzo, mille lavori

Veniamo a me. In questi anni ho fatto mille lavori assurdi, un po’ per necessità, un po’ per divertimento. Dalla commessa in un negozio di articoli di arredamento nautico, armature, spade e armi medievali farlocche alla capocantiere di una “bloquera” (dove si fanno i mattoni per costruzione), dalla cartomante bilingue agli eventi aziendali e viaggi incentive, alla bartender in un bar gay (additata da tutti per essere etero). Ah, dimenticavo… sono pure stata ordinata ministro della Universal Life Church, con la facoltà di celebrare battesimi, funerali, unioni e rinnovo dei voti matrimoniali. A differenza di tanti italiani trapiantati ovunque, non ho messo su il mio business. Non ci sono proprio tagliata a fare l’imprenditrice, io. E così mentre tutti gli altri compaesani aprono e chiudono ristoranti di pasta, pizza e affini per dilettare il palato dei turisti statunitensi (52% del totale) e Canadesi (33%), io contribuisco alla causa “todo al servicio del turista gringo” insegnando inglese all’università pubblica.

Se vi ho dato un’idea un po’ balzana della mia serietà professionale, provvedo a smentirvi. In questi anni ho imparato lo spagnolo e perfezionato l’inglese, sono diventata perito traduttore in entrambe le lingue, ho preso il Proficiency di Cambridge, mi sono laureata in “Insegnamento dell’inglese” e ho accumulato una serie di diplomi e certificazioni di vario tipo nell’ambito della docenza (e non solo: sono pure terapista Reiki e prossimamente istruttrice di yoga).

Insomma, faccio la maestrina di provincia. Sono contenta? Sì. Sono soprattutto riconoscente a questo Messico che mi ha dato l’opportunità di farmi sentire utile, di costruirmi una nuova vita, una nuova professione (anzi, più di una), di avermi fatto scoprire lo yoga, che ho sempre rifuggito credendolo statico e noioso.

Messico, il Paese dei contrasti

Amo questo Messico pieno di contrasti, con la sua violenza, i suoi morti e i suoi scomparsi (a 43 alla volta) cui si contrappone l’espressione rilassata e i modi cortesi della gente comune. Con la sua filosofia di che “algo bueno siempre va a salir” (qualcosa di buono succederà sempre), anche quando hanno solo un pugno di fagioli e due tortillas da mangiare. Con il sorriso di quella mia alunna che era rimasta senza casa dopo Odile e che arrivò a scuola dicendo: “Tutto bene. Siamo vivi”.

Amo la Bassa California, “la Baja” come la chiamiamo qui, per la sua gente, che non ti lascia mai con il culo per terra, per il suo sole perenne e il suo mare, che ti riempie i polmoni di serenità e gioia solo a guardarlo. E poi, una volta che impari a vivere in un posto dove puoi anche solo vedere il mare tutti i giorni, non puoi più farne a meno. Ho amato tanto Milano, la sua frenesia, la sua unicità e il suo orizzonte incolore. Ma in questa seconda parte di vita è al Messico che voglio appartenere.

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