Questo sito contribuisce alla audience dilogo Tiscali

Matteo Marchi, dalla cronaca locale di Imola a fotografo ufficiale dei New York Knicks

È italiano il fotografo ufficiale dei New York Knicks, la più prestigiosa squadra di basket dell’NBA americano. Così hanno titolato diversi giornali di casa nostra negli ultimi mesi.

Ma chi è il prodigio dello scatto sportivo che è riuscito a entrare nel serratissimo circuito del basket americano? Il talentuoso professionista si chiama Matteo Marchi, ha 36 anni e viene da Imola. E per arrivare a questo traguardo non si è risparmiato. Sacrifici e delusioni sono stati spesso suoi compagni di viaggio, ma la sua determinazione e costanza sono state premiate. I ritratti dei giocatori e le immagini delle azioni di gioco che posta sul suo profilo Instagram sono piccole opere d’arte, non sorprende che sia stato notato proprio attraverso questa rete sociale.

Dalla cronaca di provincia a fotografo ufficiale dei New York Knicks

Romagna mia, lontan da te non si può star!” recita una vecchia canzone popolare divenuta l’inno di una regione famosa per le sue località vacanziere, la piadina e la sua gente dal carattere cordiale. Alla sua amata Romagna, però, Matteo Marchi, dove per tanti anni ha lavorato come fotografo di cronaca locale e poi di basket, ha rinunciato per cercare fortuna negli Stati Uniti. E l’ha trovata, ma non senza sacrifici.

Fotografo ufficiale New York Kniks

Il fotografo ufficiale dei New York Kniks, Matteo Marchi

Oggi Matteo Marchi è il fotografo ufficiale dei New York Knicks e se vi capita di andare al Madison Square Garden per assistere a una partita della più famosa squadra dell’NBA, lo vedrete a bordo campo con la sua macchina fotografica, mentre scatta le sue foto con grande professionalità e un po’ di distacco. La testa, infatti, non se l’è proprio montata e se gli si parla di successo dice: “Ma va, non è successo niente”.

Per sapere di più sul suo percorso di vita e su questa esperienza americana, che per molti sarebbe un traguardo, ma lui considera punto di partenza, lo abbiamo intervistato. Ecco che cosa ha raccontato.

Matteo, hai sempre avuto la passione per la fotografia?

Assolutamente no. Da piccolissimo, a cinque o sei anni, tifavo Napoli, mi piaceva Maradona e volevo fare il carabiniere. Poi è nata la mia passione per il basket. Ho cominciato a giocare a sette anni nelle giovanili dell’Andrea Costa, squadra di Imola che all’epoca era stata anche in A1. Ma per quanto mi piacesse, non avevo risultati straordinari. Mio padre amava fotografare, ma non mi aveva mai messo la macchina in mano, né io mi ero interessato.

A quando l’incontro con la macchina fotografica?

È successo tutto per caso. Come mio padre ho studiato da geometra, ma appena ho iniziato a lavorare mi sono accorto che… mi faceva vomitare. Così ho mollato e nel 2002 sono andato a fare una stagione come animatore e dj nei villaggi turistici. L’azienda per cui lavoravo a un certo punto è fallita e mi sono ritrovato senza lavoro. Un fotografo di Imola, amico di famiglia sapendo che ero a spasso, mi ha chiesto se volevo dargli una mano, gratis. Così ho cominciato a lavorare con lui. Si vede che ero bravo perché nel 2003 ha licenziato il suo vecchio dipendente per assumere me. Seguivo la cronaca locale di Imola. Ho fatto di tutto: Formula 1, moto, incidenti, omicidi, festival, matrimoni, battesimi… pensane una e io l’ho fatta! Dal 2009 sono diventato freelance e ho seguito specialmente il basket.

Nel 2015 hai deciso di andare a New York. Cosa ti ha spinto?

Mi accorgevo di lavorare come un matto ma di non guadagnare abbastanza per gli anni e l’esperienza che avevo. Mi sarebbe sempre piaciuto lavorare nell’NBA perciò, prima di cambiare mestiere, anche se credo di saper fare veramente bene solo questo, ho pensato di giocarmi l’ultima carta. Così sono partito per gli Stati Uniti per tre mesi, senza visto, per trovare dei contatti. Diverse grosse compagnie mi avevano ventilato delle opportunità, ma avrei dovuto trovare da solo il modo di ottenere il visto, loro non mi avrebbero aiutato. Sono rientrato in Italia e tra avvocati e burocrazia ci ho messo un anno e mezzo ad averlo.

Come ti sei trovato una volta tornato a New York?

Male. Mi sono ripresentato a chi mi aveva offerto delle possibilità, ma nessuno si è più fatto sentire. Io appena arrivato scalpitavo, avevo le aspettative altissime, che sono quelle che poi ti fregano. I primi mesi sono stati tosti perché non mi filava nessuno. L’americano è spesso molto falso, ti dice “sì, dai, ti chiamo”, ma non ti chiama mai. Io ero al limite, dovevo pagare l’affitto e non sapevo cosa fare. Ho tenuto duro ancora un po’, ho cominciato ad andare in giro a spese mie per seguire le partite, a Boston, Philadelphia e altre città. Avevo degli accrediti e scattavo le mie foto che poi postavo sul Instagram. Le immagini sono piaciute e il mio profilo ha cominciato a essere conosciuto.

E poi?

Proprio attraverso Instagram ho ricevuto la proposta di collaborazione come fotografo ufficiale dei New York Kniks. Viste tutte le sberle prese nella mia vita, all’inizio non ci ho creduto molto e non l’ho detto a nessuno. Tra incontri e colloqui è passato più di un mese e mezzo, la persona che mi aveva contattato inizialmente si era licenziata, perciò io già pensavo che tutto sarebbe finito in niente. Invece, nell’agosto 2018 ho cominciato a seguire la squadra.

Come giudichi questa esperienza professionale nella Grande Mela?

Estremamente formativa. Entrare al Madison Square Garden è sempre un’emozione, io lo sento sempre di più come “il mio ufficio. La cosa più bella è vedere le partite dell’NBA da una posizione privilegiata, che mi permette di cogliere aspetti del gioco che nessun altro può vedere. Avendo anche giocato a basket capisco cosa si dicono i giocatori, se qualcuno si comporta male lo vedo. Non è qualcosa che mi serve per il mio lavoro, però mi arricchisce.

Credi che ti rinnoveranno il contratto come fotografo ufficiale dei New York Kniks a fine stagione?

Non so, è già difficile sapere cosa faccio la prossima settimana.

Fotografo ufficiale New York KniksQualche delusione ?

Mi aspettavo di avere un rapporto più stretto con i giocatori. Io però ho il terrore di essere invadente e non faccio domande, non sono di quelli che fa “l’amicone”. Seguo solo le partite in casa, non viaggio con la squadra, quindi non ho grandi possibilità di parlare con i giocatori. Ma non la considero certo un’urgenza.

E a livello umano? Come ti trovi a New York?

Venire a New York è stata una scelta razionale, perché non è certo la mia città ideale, ma è la città delle opportunità. Dicono che se ce la fai qui, puoi farcela ovunque. Vivere a new York però è tosto per mille motivi.

Me ne citi tre?

Primo, la questione dell’assicurazione sanitaria, secondo, i rapporti umani che, in generale, sono molto diversi dai nostri. Non voglio dire che siano migliori o peggiori, ma sono diversi. E poi il freddo. Adesso, per esempio, ci sono -5 gradi… (l’intervista è stata realizzata in gennaio, ndr)

Frequenti la comunità italiana?

Sì. Vivo con tre americani, ma quando esco lo faccio quasi sempre con amici italiani, ne ho tanti qui, ormai. In una cena tra connazionali a New York si finisce quasi sempre a parlare di visti. È il terzo argomento.

E i primi due?

(ride…) Se siamo tra maschi, il primo sono le donne e il secondo la richiesta di biglietti per vedere le partite.

Quali sono le caratteristiche di un buon fotografo? Quanto è importante la tecnica?

Tanta gente pensa che sia il mezzo a fare la differenza, ma la mia opinione è che non conta più niente. L’importante è che tu abbia una storia da raccontare, le foto le puoi fare anche con l’Iphone e usare photoshop. Quello che conta è quello che tu vuoi dire, il messaggio che vuoi esprimere. Per lo meno è questo che io guardo nelle foto degli altri.

Come definiresti il tuo lavoro?

Mi piace molto quello che faccio ma è un mestiere duro. Credo di aver lavorato l’80% dei sabati e delle domeniche della mia vita. Le partite e gli eventi importanti sono sempre nel weekend, per me quasi ogni giorno è stato un giorno di lavoro. Tante volte resto fino alle quattro del mattino per sistemare immagini che devo consegnare la mattina dopo. A 25 anni era più facile, oggi pesa un po’ di più. Infatti non ho una relazione, una famiglia… zero.

Qual è il tuo sogno?

Essere il fotografo ufficiale dei New York Kniks mi piace, ma il mio sogno sarebbe lavorare non per una squadra, ma proprio per l’NBA. So che è quasi un’utopia perché ci vorrebbero tantissimi anni e non credo di poter resistere in America così a lungo.

 

 

 

 

Ti potrebbe anche interessare