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Gli italiani a Londra, una città nella città

Trascorrere qualche giorno a Londra significa incrociare quotidianamente dozzine di italiani. E non parliamo di quelli che visitano la città per turismo o per lavoro, ma del vero e proprio esercito che popola la capitale britannica, una comunità che secondo le stime sfiora le 700 mila persone e costituisce una vera e propria città nella città.

Londra, si sa, è nota per la sua multiculturalità e nonostante il futuro incerto causato dalla Brexit, l’immagine che offre al visitatore è quella di un enorme calderone di razze, lingue e culture che convivono a un ritmo sempre accelerato. Stazioni e metropolitane brulicanti di persone a tutte le ore del giorno e della notte, teatri, pub e locali sempre pieni, grattacieli che sorgono come funghi e turisti che visitano musei, mentre businessman indaffarati trascinano i loro trolley neri per le strade della city.

Non solo ristoranti italiani

In mezzo a questo caos ordinato ci sono gli italiani. E non solo quelli che lavorano negli innumerevoli ristoranti che sventolano la bandiera tricolore. La ristorazione e l’ospitalità, ovviamente, costituiscono il primo bacino di attrazione per molti giovani connazionali desiderosi di imparare la lingua e “cercare fortuna”. Un fenomeno estesissimo, tanto che Francesca Boccolini, una giovane startupper (italiana off course), ha creato una App (SonicJobs) per far incontrare in tempi rapidissimi domanda e offerta di lavoro. Come questa imprenditrice (di cui abbiamo raccontato qui) sono tanti gli italiani dotati di lauree e master che hanno scelto Londra come città per sviluppare il loro business.

C’è chi organizza eventi e scrive blog, chi si occupa di catering, chi di consulenza, chi fa il manager per una multinazionale, chi vive di finanza e di blockchain. Gli italiani a Londra sono davvero ovunque, per essere fedeli al nome di questo magazine.

Gli italiani a Londra appaiono come una popolazione giovane e trasversale perché, a parte di due poli estremi, business e ristorazione, occupano i posti di lavoro più svariati.

Ti fai una foto al binario 9 ¾ di King’s Kross, quello di Harry Potter per intenderci, entri nel negozio per ritirarla e al banco trovi Alessia, che ti spiega come personalizzare il tuo acquisto.

Entri in un negozio di abbigliamento Zara e uno dei commessi ha un accento “inglese” inconfondibilmente maccheronico. Non gli chiedo il nome solo perché sta servendo dei clienti.

Poi prendi un frappuccino da Starbucks e c’è Alessandro che ti dice “aspetta non so bene il costo perché oggi è il mio primo giorno…”. Poche ore dopo compri una bottiglietta d’acqua in un Pret a manger (catena che con Costa, Starbucks e Caffè Nero è presente in ogni angolo della città) e alla cassa c’è il simpatico Andrea che ti chiede una sterlina.

Il sabato mattina ti fermi a mangiare un sandwich da Waterstone, bar dell’omonima (libreria a pochi passi dalla famosa Royal Academy of Dramatic Art (Rada), che il sabato mattina è affollato di studenti col computer e alla cassa c’è Veronica nata al sole della Costiera Amalfitana, ma residente a Londra da oltre cinque anni.

Il bar della libreria Waterstone

Tre ritratti di giovani italiani soddisfatti

Nomi, visi, saluti scambiati in italiano. Ma dietro a ogni volto c’è una storia. Ci sono progetti, sogni, delusioni e ambizioni. C’è una Londra accogliente e una non sempre ideale.

Ecco tre mini-storie di italiani a Londra, tre semplici profili, frutto di incontri casuali, di conversazioni piacevoli, di curiosità sincera per chi ha scelto di vivere in questa città della quale, già nell’ottocento, Edmondo De Amicis scriveva così: “Nessuna città presenta una così disordinata varietà di forme, una così capricciosa mescolanza di bello, di brutto, di magnifico, di povero, di triste, di strano, di grande, di uggioso”.

Lisa – Addetta al ricevimento

italiani a Londra

Di Venezia, ventisette anni, Lisa è l’emblema della socievolezza e dell’affabilità made in Italy.

Lavora da un anno e mezzo alla reception di un piccolo ma accogliente hotel 4 stelle della city. Il suo turno inizia alle quindici e termina alle ventitré, otto ore in cui non si toglie il sorriso dalle labbra. Prima di trasferirsi in Inghilterra ha lavorato in Germania, in una gelateria dove è stata assunta anche se non sapeva una parola di tedesco (“A Venezia non sarebbe mai stato possibile”, fa notare). In meno di due anni è arrivata ad essere supervisore. Poi ha scelto di andare a Londra, che era sempre stata nei suoi sogni, per imparare l’inglese. Così, con un’amica è arrivata nella capitale britannica: “Avevamo solo due notti prenotate in hotel e nessuna conoscenza. In due giorni ho trovato casa e in quindici un lavoro, inizialmente in una gelateria, visto che avevo già esperienza”. Più tardi il desiderio di lavorare nel settore alberghiero la spinge a candidarsi come receptionist. Un lavoro che la soddisfa e dove spera di poter crescere, perché la sua passione è stare a contatto con il cliente.

Di Londra ama il fatto che ci sia tanto di bello da vedere, le piace scoprire piazze, negozi e mercatini. “E poi a Londra di sera c’è sempre qualcosa da fare – dice – anche se bisogna abituarsi ai suoi orari tutti anticipati rispetto a quelli italiani”.

I prezzi e le persone sono il punto dolente della vita in città: “Gli affitti sono carissimi – spiega Lisa – si è costretti ad andare a vivere lontano per non spendere tutto lo stipendio. E poi non amo la freddezza della gente. Qui nessuno ti guarda in faccia”.

Luca – Autista di Uber

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A Londra può capitare di prenotare una corsa con Uber e di ricevere una chiamata sul cellulare in cui una voce gentile ti dice: “Buongiorno signora, sono Luca, l’autista. Sono proprio sotto il suo albergo, la attendo qui”.

Luca ha 33 anni, è originario di Firenze ed è un veterano degli italiani a Londra, visto che vive ormai da dieci anni nella capitale inglese. Prima di portare i clienti in giro per la città a bordo della sua elegante Mercedes nera ha lavorato otto anni nella ristorazione.

Di Londra apprezza la possibilità di crescere professionalmente, se si è disposti a lavorare tanto. Lui l’ha fatto ed è soddisfatto di quello che ha ottenuto anche se, dice, vivere nella capitale britannica non è tutto rose e fiori. Luca ha un figlio che va alle elementari e si lamenta del fatto che i ragazzi non studino storia e geografia: “I bambini sanno tutto di scienze, matematica o robotica, ma niente del nostro passato. Io non ero bravo a scuola, ma non si può non avere idea di dove siano le capitali mondiali o di chi erano gli antichi romani”.

L’esperienza peggiore Luca l’ha vissuta con la sanità inglese che non esita a definire pessima, sia per i lunghi tempi di attesa che per la qualità del servizio. “Tempo fa ho avuto un problema cominciato con un dolore che mi impediva di stare seduto. Ho chiesto appuntamento al medico di famiglia che mi ha risposto che non avrebbe potuto visitarmi prima di un mese. Ma io avevo bisogno di lavorare e il dolore diventava ogni giorno più intenso. Così sono andato al pronto soccorso, in ospedale. Qui mi hanno diagnosticato una non ben definita infiammazione e prescritto degli antibiotici. A Londra antibiotici e Ibuprofene si usano praticamente per qualsiasi cosa. Dopo dieci giorni di trattamento stavo peggio di prima così sono tornato in ospedale dove si sono limitati a darmi un altro ciclo di antibiotici. Io non dormivo più la notte. Dopo un’altra settimana ho cambiato pronto soccorso e questa volta sono stato fortunato perché mi ha assistito un medico italiano, che ha scoperto che avevo in corso un’infezione gravissima e ha dovuto operarmi d’urgenza”.

Per una volta, a quanto pare, malsanità non fa rima con Italia.

Francesca – cameriera addetta alle colazioni 

italiani a Londra

Francesca tra gli italiani a Londra che ho incontrato è la più giovane. Ha solo 21 anni, ma le idee chiare. A Roma, dove è nata non vuole vivere perché , dice, la città è un caos e non offre le opportunità della capitale inglese. Ha frequentato la scuola alberghiera e a Londra lavora da un mese in un hotel come cameriera addetta alle colazioni. Prende servizio alle sei e mezzo del mattino e finisce verso le undici. Poi va a scuola di inglese.

“A Londra ero già stata un anno in un ristorante del centro. Poi sono tornata a Roma per alcune proposte di lavoro che non si sono dimostrate interessanti. Così sono tornata qui.” Della capitale britannica, clima a parte, le piace quasi tutto: “Gli inglesi sono efficienti e precisi. Magari non hanno il nostro senso dell’umorismo e la nostra socievolezza, ma il fatto che tutto funzioni bene facilita la vita. Io vivo lontano dal posto di lavoro ma riesco ad arrivare puntualissima al mattino presto. A Roma, tra autobus inesistenti, ritardi e disservizi sarebbe impossibile”.

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