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Da Trento alla Tanzania per vivere da moglie di un masai. La storia di Cristina Valcanover

Da Trento alla Tanzania, per vivere in un villaggio sperduto nella savana come moglie di un masai, il passo non è breve. Eppure c’è chi l’ha fatto con entusiasmo e tanto amore. La protagonista di questa storia, che sembra la sceneggiatura di un film, è Cristina Valcanover, donna vitale e appassionata, che in dieci anni si è costruita una vita completamente nuova accanto a Willy Ole Soipei, l’uomo masai che ha sposato nel 2015. Insieme i due hanno avviato Masai Travel Life Tanzania, un’originale attività che permette ai turisti di soggiornare all’interno di un villaggio masai, nella casa che la coppia ha costruito per sé e poi deciso di ampliare per poter accogliere gli ospiti.

La casa in cui Cristina Valcanover ospita i turisti che vogliono vivere l’esperienza di un soggiorno in un villaggio masai.

Come Cristina Valcanover sia arrivata dal Nord Italia a Kiberashi, centro rurale a otto ore di pullman dalla costa della Tanzania, è una storia di quelle che commuovono e danno speranza allo stesso tempo. Lei è una trentina atipica: solare, estroversa, amante della conversazione. Come un fiume in piena racconta la sua grande passione per l’Africa, nata fin da bambina, senza un motivo preciso:

Fin da piccola sognavo l’Africa, ma non avevo mai pensato che un giorno ci avrei vissuto. Non ci ero mai stata, però cercavo tutto quello che la riguardava, leggevo i libri, guardavo i film, i documentari…

La sperduta località di Kiberashi, in Tanzania, a pochi chilometri dal villaggio masai in cui vive Cristina Valcanover.

Il tumore e primi viaggi in Tanzania

Probabilmente questa attrazione verso un continente sconosciuto sarebbe rimasta solo un sogno se il destino non avesse colpito duramente la vita della giovane Cristina, che conduce un’esistenza normalissima fino a quando scopre di avere un cancro al seno. Racconta la protagonista:

Avevo 36 anni, lavoravo alla Provincia di Trento, avevo una vita piena. Per cinque anni ho lottato contro la malattia. Facevo le terapie e cercavo di andare lo stesso a lavorare perché per carattere non sono capace di stare ferma. Quando ero a letto continuavo a sognare l’Africa. È stato lì che ho deciso che se fossi guarita sarei partita per un viaggio in Tanzania. Avevo bisogno di andare via da sola, di pensare a me stessa, non cercavo compagnia. Ho prenotato un pacchetto di viaggio con soggiorno in un resort di Zanzibar per 15 giorni. Era il 2009.

Un mese in capanna con donne, bambini, capre, gatti e galline

La vacanza di Cristina Valcanover, tra relax e solitarie passeggiate sulla spiaggia, prende una piega diversa quando incontra alcuni masai che lavorano nei negozietti del resort. Diversi tra loro parlano italiano e lei non fatica a fare amicizia. La invitano a visitare il loro villaggio e lei promette che in futuro sarebbe tornata per andarci. Una promessa che mantiene mesi più tardi:

Rientrata in Italia sono rimasta in contatto con i miei amici masai e qualche mese dopo, appena ho potuto prendere una vacanza, sono tornata a Zanzibar, senza dire a nessuno della famiglia che sarei andata al villaggio masai perché ero sicura che mi avrebbero presa per pazza. Sono rimasta un mese vivendo in capanna, dormendo con donne, bambini gatti, caprette e galline sotto il letto, che mi facevano le uova dietro la testa. C’era anche il vitellino, perché la notte fuori fa freddo e se lo può mangiare una iena. È stata dura, oggi non ne avrei più voglia. Ma prima di partire mi ero informata e sapevo che non sarebbe stato facile, anche se in realtà è stato meno scioccante del previsto. Le capanne, nonostante l’affollamento, sono pulite.

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Alcune capanne del villaggio masai in cui vive Cristina Valcanover con suo marito

Cristina Valcanover in quel periodo scopre che cosa significa vivere in un villaggio masai. Tutto ciò che nelle nostre case è scontato, laggiù non lo è affatto. Racconta lei:

Qui non c’è nulla, non c’è nemmeno acqua corrente, per farsi la doccia i masai vanno a prendere l’acqua e poi la scaldano. Si lavano dietro alla loro capanna. Il bagno è la savana…. Nella nostra casa in muratura io e mio marito ci siamo fatti installare una cisterna, e abbiamo costruito un locale per la doccia, anche se dobbiamo comunque scaldare l’acqua e poi usare le brocche per lavarci.

Il mal d’Africa

In quel mese al villaggio masai Cristina Valcanover conosce l’uomo che diventerà suo marito, ma tra i due inizialmente c’è solo amicizia. Spiega la protagonista:

Siamo rimasti in contatto anche dopo il mio rientro. Ci si sentiva per le feste, perché i masai sono cristiani e hanno le stesse ricorrenze. Cambiano le tradizioni ma non ci sono grandi differenze nei valori. Da quel momento sono andata spesso avanti e indietro, ho visto cerimonie e conosciuto usi e costumi. Quando ero in Italia lo ero solo fisicamente perché la mia testa era sempre in Africa. Ci volevo tornare sempre di più e per stare sempre più tempo.

Tra un viaggio e l’altro passano gli anni e l’amicizia con Willy si rafforza anche a distanza. I due chattano molto nonostante gli scarsi mezzi a disposizione: un vecchio cellulare che ci mette ore per caricare i messaggi, ma che permette ai due amici di raccontarsi le rispettive vite. Poco a poco nasce un affetto, ma Cristina di legami a distanza non vuol sentire parlare.

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Cristina Valcanover assiste a una particolare cerimonia di iniziazione chiamata Emanyata

Il dramma familiare e il cambio di vita

La svolta nella vita di questa donna sorridente e dall’energia contagiosa avviene nel 2012, quando un destino che già in passato le era stato avverso la castiga in modo improvviso e crudele. Lei stessa, raccontando, chiede di non essere interrotta, per timore che l’emozione la faccia sciogliere in pianto. E tutto d’un fiato spiega:

Il 24 maggio del 2012 sono tornata a casa dal lavoro e ho trovato mio padre morto di infarto. Lo stesso giorno i medici mi hanno comunicato che mia madre aveva solo sei mesi di vita a causa di un tumore. Non ho avuto nemmeno il tempo di piangere mio padre perché ho dovuto rimboccarmi le maniche e pensare alla mamma, che aveva solo 60 anni e presto ha cominciato a stare malissimo. Sono partita per la Tanzania una settimana dopo averle visto chiudere gli occhi per sempre. C’è chi mi ha criticato per questo. Ma io sentivo che il mio posto era lì. Ho preso l’aspettativa e me ne sono andata.

Nel villaggio masai per ritrovare la voglia di sorridere

Il terremoto che ha sconvolto la vita di Cristina Valcanover continua a tormentarla anche nel villaggio masai, dove si ritrova a piangere per ore ogni giorno. Ricorda la protagonista:

Ogni mattina all’alba una donna bussava alla mia porta. Passava col suo asino e mi chiedeva se avevo bisogno d’acqua. La rivedevo tornare di sera, con il suo asino e con le taniche piene acqua. Un giorno l’ho guardata bene, così carica, affaticata e questa immagine mi ha dato la spinta per reagire. L’ho guardata andare via e mi sono detta: “Cristina, ma che cosa piangi? Lo vedi questa donna che vita fa?”.

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Kiberashi

Il matrimonio

È in quel periodo che Cristina e Willy si fidanzano e lui le chiede di sposarlo. Un passo difficile per entrambi perché Willy vorrebbe che la sua futura moglie vivesse al villaggio masai e lei che il compagno si trasferisse a Trento, dove ha il suo lavoro. La coppia inizialmente trova anche l’ostilità della famiglia del giovane masai, che ha dieci anni meno della compagna, e che per cultura deve rispettare la volontà paterna. Spiega Cristina Valcanover:

Suo padre era preoccupatissimo e avrebbe voluto che Willy sposasse una donna masai. Temeva che in Italia il figlio, che non beve e non fuma, potesse prendere una brutta strada. E poi gli diceva che non sapeva niente della nostra cultura, che non mi aveva mai frequentato nel mio ambiente e che quindi non poteva conoscermi davvero. Gli diceva cose giuste, io le capivo. Ci sono voluti dei mesi, ma alla fine Willy ha deciso di venire con me a Trento. Ci siamo sposati in Tanzania, sia in comune che con il rito masai e poi siamo partiti per l’Italia. Solo dopo un anno, in occasione della prima vacanza, il padre ha visto che il figlio era felice e non era cambiato, perciò si è tranquillizato. Oggi chiamo i miei suoceri mamma e papà, come fanno i masai normalmente.

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Cristina e Willy sposi con il rito masai

Un masai a Trento

In Italia Cristina Valcanover riprende la sua routine, mentre suo marito si dedica a studiare perché i diplomi tanzaniani nel nostro Paese non hanno valore. Ottiene la licenza media in un solo anno e segue diversi corsi di informatica. Parla quattro lingue (con la moglie in italiano), ha tanti amici, gioca a calcio e saltuariamente fa il volontario in una catena di negozi ecosolidali, ma non trova un lavoro. La decisione di dedicarsi al turismo arriva quasi per caso. Racconta Cristina:

Nel 2016 abbiamo cominciato a costruire una casetta per le nostre vacanze nel centro del villaggio masai, circondata dalle capanne di tutti i componenti della famiglia. Aveva solo una stanza e un soggiorno ma tutti i nostri amici vedendo le foto dicevano di voler venire a vedere il posto. Così Willy ha avuto l’idea di iscriversi a un corso per guida turistica, che poi non ha più fatto, perché abbiamo trovato i primi turisti e non c’è stato il tempo. Siano partiti per la Tanzania e abbiamo cominciato la nostra attività

Turismo e istruzione per i bambini

La casa di Cristina Valcanover nel tempo è cresciuta e oggi è un accogliente dimora dove i turisti possono godere di comfort maggiori rispetto alle capanne masai, condividendo però lo stile di vita del luogo. Cristina si occupa di gestire il sito e le reti sociali per promuovere l’attività e quando in casa ci sono ospiti è lei, aiutata da sua cognata, a pulire le stanze e a cucinare, mentre suo marito accompagna i turisti nelle escursioni in moto, nelle uscite con il bestiame o nelle cerimonie masai.

Una stanza della casa di Cristina Valcanover

Mentre con la videocamera facciamo un piccolo tour del villaggio, appaiono diversi bambini a cui Cristina si rivolge in masai e anche in swahili, lingue che ormai parla correntemente. Ed è proprio sull’educazione dei più piccoli che si sofferma perché con il marito è impegnata in un progetto di scolarizzazione che ha portato alla costruzione di due scuole. In assenza di uno stato che garantisca istruzione, l’impegno di questa coppia è ammirevole. Spiega Cristina:

Stiamo obbligando i bambini ad andare a scuola dai tre anni, anche se gli anziani non vorrebbero. Qui per cultura si crede che i bambini debbano accudire le capre. Noi abbiamo trovato un compromesso: li facciamo andare a scuola per tre ore al giorno e poi possono occuparsi delle capre. La maestra la retribuiamo con le donazioni dei volontari e con il denaro dei masai, che se non hanno soldi devono vendere le capre per istruire i loro figli. I giovani stanno capendo il valore dell’istruzione.

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Le donne masai della famiglia di Cristina Valcanover

Cristina e suo marito hanno stabilito anche regole severe per i bambini in modo che non importunino i turisti che soggiornano nella loro casa:

Ormai sanno che non devono sporcare o rompere il recinto della casa. Abbiano delimitato delle zone per garantire tranquillità ai nostri ospiti. Qui i bimbi non sono come i nostri. Il gioco più innocuo che fanno è prendere a sassate un alveare. Non hanno paura di niente.

Bambini a Kiberashi

Più lavoro grazie ai turisti

L’integrazione di Cristina Valcanover nel villaggio masai oggi è totale, lei documenta tutto quello che accade e lo racconta nel suo sito e sulle reti sociali e, grazie alla sua attività, ha creato lavoro anche per la gente dei dintorni. Spiega:

Abbiamo sempre bisogno di acqua e legna tagliata, perciò paghiamo due membri della tribù datoga, vicini dei masai, per farcele avere. Poi abbiamo i driver delle moto che portano i turisti in escursione. E li paghiamo bene perché vogliamo che non bevano alcol, siano puntuali, e prudenti. Noi non siamo ricchi, ma siamo contenti e orgogliosi di quello che facciamo. Non potremmo ospitare un gruppo più grande di turisti perché vanno seguiti. Qui siamo in savana, ci sono animali e può anche essere molto pericoloso. Una volta un turista è andato a correre da solo in foresta senza avvisare nessuno. Abbiamo dovuto mobilitare tutti i villaggi masai per trovarlo. Correva con un bastone in mano e ha spaventato le donne di un villaggio che non sono abituate a vedere uomini bianchi, un caos…

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Un’escursione in moto nella savana

Toglietele tutto, ma non la pasta

Nonostante le condizioni di vita decisamente inferiori agli standard a cui siamo abituati nei paesi del primo mondo, Cristina Valcanover, che ormai ha deciso di fare del villaggio masai la sua casa definitiva, dell’Italia pare sentire soltanto la mancanza del cibo. Per rimediare, la padrona di casa di Masai Travel Life Tanzania  si fa portare un pacchetto di caffè dai turisti e spedire la pasta via bus da uno zio di suo marito che vive sulla costa, in modo da poter offrire a se stessa e ai suoi ospiti qualche pasto italiano. Spiega lei:

Qui si mangia riso, polenta, carne, verdura e frutta, ma queste ultime in funzione delle stagioni. Tutto dipende dal tempo. Adesso è arrivato il frutto della passione ma fino a poco fa c’erano solo banane e ancora banane….

Tra escursioni, pranzi masai a base di polenta, grigliate e chai (tipico tè con latte speziato tanzaniano), i turisti la sera si addormentano presto. E senza Tv:

Abbiamo un pannello solare molto grande che potrebbe permetterci di vedere la televisione, ma non la vogliamo. Non serve.

Impossibile non sentire la tentazione di partire…

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