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Barcellona, l’indegno spettacolo della guerriglia urbana

Barricate di fuoco, transenne divelte, lanci di oggetti, prefetture assediate. Urla, manganellate, feriti, sirene. A due giorni dalla sentenza di condanna dei leader separatisti, Barcellona e molte altre province catalane hanno vissuto una notte di guerriglia urbana indegna di una regione che da sempre si vanta della pacificità dei suoi abitanti.

Gli unici a stupirsi di quel che sta accadendo sembrano i turisti, colti di sorpresa da una reazione che chiunque viva da almeno qualche anno a Barcellona aveva già previsto. Da giorni, in attesa della sentenza, si respirava tensione. Tutti, catalani e stranieri, sapevamo che la città che tanto amiamo sarebbe stata di nuovo teatro di scontri. Perché in questi anni, dal referendum del 2017 ad oggi, la calma è stata solo apparente, ma il sentimento di divisione si è acutizzato. E la Catalogna è diventata più povera. Non solo economicamente, ma di valori.

Barcellona e le false promesse dell’indipendentismo

La Ronda de Dalt lunedì 14 ottobre, strada di accesso all’aeroporto di Barcellona, bloccata e piena di viaggiatori appena arrivati, costretti a percorrere chilometri a piedi per raggiungere la città

La terra dell’accoglienza e della democrazia, la città più amata d’Europa è oggi la culla di faide motivate esclusivamente dal denaro e dall’interesse personale. Perché di questo si tratta. I politici catalani hanno raccontato storie meravigliose di prosperità a cittadini che si sono fidati di promesse che non si potevano mantenere. Il risultato è una società divisa in cui le famiglie e gli amici hanno smesso di parlarsi, in cui scrivere un articolo come questo può condannarti alla gogna per aver detto quello che pensi apertamente: l’indipendenza non ha senso.

Non ha senso per un numero impressionante di ragioni. Perché uno stato con un suo peso in Europa e nel mondo, come quello spagnolo, è molto più forte e sicuro economicamente e politicamente di una piccola e insignificante regione da cui oltre cinquemila imprese sono già fuggite, una regione in cui bisognerebbe inventarsi una moneta che varrebbe meno delle fiches del monopoli e in cui si parla una lingua assolutamente inutile fuori dai confini nazionali.

L’indipendenza non ha senso perché rivendica un’autonomia che esiste già in tutti gli aspetti meno in quello economico. Ai catalani i politici hanno imbottito la testa di “orgoglio nazionale”, che alle orecchie libere da condizionamenti suona “soldi, soldi, sodi”, come la canzone di Mahmood che anche qui va tanto di moda.

Ma soprattutto, l’indipendenza non ha senso perché, come ha ben scritto Jaime Malet, Presidente della Camera di Commercio americana in Spagna, nel suo eccellente articolo su La Vanguardia:

“Un paese veramente democratico non può cambiare la sua struttura costituzionale solo perché lo vuole un 7% della sua popolazione. Due milioni di persone non sono sufficienti a cambiare la volontà di 47 milioni. Non ci sarà referendum perché sarebbe tremendamente antidemocratico autorizzarlo”.

La mancata condanna delle violenze da parte del Presidente della Generalitat

A causa dell’irresponsabilità di molti politici, e non penso soltanto a quelli catalani, perché errori di certo se ne sono commessi da entrambe le parti, la società civile oggi sta perdendo la sua civiltà.

Lo spettacolo che offre Barcellona al mondo è quello di una città allo sbando, dove persino all’interno dei partiti separatisti c’è disaccordo, dove mentre il President della Generalitat Quim Torra si permette frasi minacciose come “Torneremo a farlo” e applaude i manifestanti invece di condannare la violenza, i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana che fa capo alla stessa Generalitat, scendono in strada a fianco della Polizia nazionale per far fronte alle proteste. Siamo al paradosso.

Quanto in basso dovrà cadere Barcellona prima di tornare a brillare come faceva fino a pochi anni fa? Quante risorse, talenti e capitali dovrà perdere ancora?

L’appello non è per i politici, su cui sembra chiaro che non si può contare per riappacificare gli animi, perché troppo impegnati a conservare il proprio potere, ma per la gente comune. È ora di dire basta, ma non in piazza. Perché i danni provocati dagli incappucciati li pagheranno tutti i cittadini con il loro lavoro. Fare finta di non saperlo è chiudere gli occhi mentre precipiti a tutta velocità da una montagna russa. Puoi non guardare, ma la vertigine della caduta si farà sentire lo stesso.

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