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Italiani in Spagna derisi per l’allarme coronavirus
Patrizia La Daga

Patrizia La Daga

Giornalista milanese, co-fondatrice di ItalianiOvunque.com. Si è sempre occupata di temi economici, sociali e culturali e ha condotto trasmissioni televisive su emittenti private. Dal 1999 risiede in Spagna, a Barcellona, dove per alcuni anni ha fondato e diretto la rivista a diffusione nazionale "Ekò", specializzata nella new economy. Nel 2012 ha creato Leultime20.it, sito dedicato ai temi letterari e culturali. Dal 2018 organizza e presenta l'evento di storytelling motivazionale Leadership Arena con grandi personaggi italiani e spagnoli. Leggere, viaggiare e fare sport sono le sue grandi passioni (dopo i suoi due figli).

Prima “untori d’Europa”, poi allarmisti esagerati. Gli italiani in Spagna nelle ultime settimane hanno dovuto subire sguardi sospettosi e interrogatori imbarazzanti, quando non veri e propri comportamenti discriminatori. Atteggiamenti che avrebbero anche potuto essere comprensibili, se non fosse che sono stati proprio i cittadini italiani residenti in Spagna i primi a lanciare l’allarme tra la popolazione locale, cercando di prevenire il ripetersi di quello che stava accadendo in Italia.

E oggi, mentre scrivo, i giornali locali sono costretti a titolare: “In Spagna il contagio si sviluppa più rapidamente che in Italia”. In breve, il maledetto coronavirus ha dimostrato di essere un nemico subdolo che non conosce frontiere e nazionalità.

Gli italiani in Spagna e l’allarme inascoltato

Noi che viviamo a Barcellona o a Madrid ma abbiamo gli affetti nel Bel Paese, noi che anche se siamo espatriati da tanti anni non smettiamo di guardare i telegiornali italiani, noi che seguiamo amici e parenti sulle reti sociali e abbiamo visto il Covid-19 estendersi da Nord a Sud, colpendo giovani e anziani, saturando ospedali e portando allo stremo delle forze il nostro personale medico, noi che abbiamo l’anima divisa tra due paesi, in Spagna siamo stati i primi a dire agli amici o a scrivere su Facebook, che le scuole dovevano chiudere, che non era più il caso di andare a teatro, al cinema o in palestra, che organizzare feste uscire a cena o fare riunioni di lavoro presenziali poteva diffondere il contagio. Ci hanno guardato spesso come alieni e ancora oggi accade.

Quando, vedendo quel che succede nel nostro Paese, gli italiani dicono che bisogna stare a casa, la risposta, invariabilmente, è: “io devo lavorare”. Come se gli italiani in Spagna fossero  soltanto turisti e non avessero bisogno di lavorare.

Cittadini ancora poco consapevoli dei rischi

Mentre le autorità tergiversavano nonostante avessero sotto gli occhi l’esempio italiano (ma ancora prima quello cinese che nemmeno i nostri politici hanno saputo copiare intervenendo con colpevole ritardo), i cittadini spagnoli hanno cominciato ad ammalarsi e a morire esattamente come sta accadendo nel resto del mondo.

La sensazione di insicurezza cresce col trascorrere delle ore e sebbene oggi Barcellona sia una città meno affollata del solito (parlo della città in cui risiedo), la vita continua a scorrere come se il coronavirus fosse qualcosa che può capitare solo “agli altri”.

Poco fa ho ricevuto la chiamata di un tecnico che avrebbe dovuto fare la manutenzione del sistema di allarme e mi chiedeva quale giorno della prossima settimana sarebbe potuto venire a casa per controllare l’impianto. Ho dovuto spiegargli che non potrà più venire fino a quando l’emergenza non sarà terminata. Dal suo tono di voce credo che mi abbia preso per matta.

Misure poco incisive e in ritardo per contrastare il contagio

Questa difficoltà dei cittadini spagnoli ad arrendersi all’evidenza di un’epidemia che presto li obbligherà a starsene in casa esattamente come è accaduto a quelli italiani la si ascolta ogni giorno nei discorsi della gente. Chiudono le scuole ma molti adolescenti credono di essere in vacanza e non in una situazione di pericolo. Complici genitori poco informati o superficiali, tanti ragazzi (e non solo) sono convinti che il coronavirus non sia che una stupida influenza e che colpisca in modo grave solo gli anziani. Un esempio: La scuola di teatro di mia figlia ha sospeso le lezioni, come tutte le altre, ma alcuni alunni vorrebbero vedersi a casa di qualcuno per fare le prove di uno spettacolo che non si sa quando e se si farà.

Di fronte a questo tipo di atteggiamento le raccomandazioni si sono dimostrate inutili. Solo adesso la comunità di Madrid, la più colpita, con oltre duemila contagiati 40 morti (cifra in continua crescita e che certamente sarà già cambiata quando questo post varrà letto), raccomanda di chiudere bar, locali e discoteche. Perché così tardi? E cosa aspettano le altre città come Barcellona a fare lo stesso?

Gli ospedali spagnoli cominciano già ad avere grandi problemi di sovraffollamento. Non resta che imporre misure drastiche, che non lascino la possibilità di comportamenti irresponsabili.

È di pochi minuti fa la notizia che il Governo di Pedro Sanchez sta considerando di decretare lo stato di allarme e la decisione sarà presa a breve. Forse allora gli italiani in Spagna smetteranno di essere “i soliti esagerati”.

Nel frattempo#iostoincasa o, come dicono qui, #yomequedoincasa

Aggiornamento 16 marzo

Da questa mattina e per 15 giorni (ma la stampa locale già annuncia che saranno sicuramente molti di più) è in vigore il decreto che proclama lo “Stato di allarme”, ovvero la centralizzazione dei poteri in mano al governo di Pedro Sanchez. La libertà di movimento dei cittadini è limitata, esattamente come in Italia e sono previste sanzioni per i trasgressori. Nessuno può lasciare la propria abitazione se non per le necessità essenziali come fare la spesa, andare in farmacia o al lavoro, nel caso non sia possibile lavorare da casa. Il contagio cresce a un ritmo del 25% al giorno e il 40% dei malati ha necessità di essere ricoverato. La Spagna è il quarto paese al mondo con più morti  per coronavirus.

Oggi più nessuno accusa gli expat italiani di aver esagerato.

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