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Da Torino alla Thailandia per crescere un campione di Muay Thai. La storia di Roberto Gallo Cassarino e suo figlio Mathias

La prima volta che ho intervistato Roberto Gallo Cassarino, sul finire degli anni novanta, era un imprenditore rampante, figlio di emigranti siciliani che a Torino, dopo una brillante carriera nelle vendite, si era messo in proprio ottenendo grandi successi nel settore dei micro strumenti rotanti odontoiatrici.

Classe 1964, già in quella prima intervista mi parlò della Thailandia, dove andava ogni anno in vacanza sin da ragazzo e della passione per le arti marziali e in particolare la Muay Thai, sport nazionale del paese asiatico. A quel tempo mi colpì la grande determinazione del self made man, la grinta (rimasta intatta) e il sogno che coltivava: trasferirsi in Thailandia con la sua famiglia. Un obiettivo che riuscirà a trasformare in realtà nel 2005.

Gallo Cassarino

Roberto Gallo Cassarino, in veste di coach di suo figlio Mathias, durante un combattimento

Quasi venticinque anni più tardi mi ritrovo in Skype a chiacchierare con lui e con suo figlio Mathias Gallo Cassarino, campione di Muay Thai di fama mondiale, nonché unico italiano ad essere entrato nella top ten planetaria dei più forti professionisti di questa disciplina. Mathias, fisico asciuttissimo e viso da ragazzino, è padre di una bambina di due anni e mezzo.

Padre e figlio Gallo Cassarino sono seduti a bordo piscina nel loro resort-scuola, il 7MuayThai, che si trova nella provincia di Rayong a 200 chilometri da Bangkok, dove soggiornano sia giovani atleti in vista delle competizioni, che turisti in cerca di una vacanza all’insegna dello sport, lontana dalle mete commerciali. Una realtà avviata nel 2014, quando la famiglia già risiedeva da quasi dieci anni in Thailandia.

Gallo Cassarino

Mathias Gallo Cassarino

Mi colpisce immediatamente l’apparente diversità di carattere tra padre e figlio. Estroverso e loquace il primo, più riservato e riflessivo il secondo. In comune, una determinazione straordinaria. Un team perfetto, evidentemente, visto che Roberto Gallo Cassarino è da sempre coach e manager di suo figlio Mathias.

L’intervista congiunta ai due Gallo Cassarino ci rivela come passione e volontà possano trasmettersi di padre in figlio e cambiare il destino di un’intera famiglia. Ma soprattutto ci parla di tanto lavoro, di sacrifici e di voglia di vincere.

Roberto, tu hai affrontato molti cambiamenti e sfide nella tua vita. La prima quella di metterti in proprio. All’epoca che cosa ti aveva motivato a fare quel passo?

Avevo fatto un’ottima carriera nella società per cui lavoravo e mi era stato proposto di entrare in azienda investendo 20 milioni di lire di allora. Io dissi che se avessi voluto investire quella cifra lo avrei fatto solo per mettermi in proprio, ma venni deriso da uno dei manager che insinuò che saper vendere non significa saper fare business e che se avessi avviato la mia società sarei fallito nel giro di un anno. Io incassai in silenzio. Due giorni dopo diedi le dimissioni. Creai la mia azienda, portando con me molti dei miei venditori. Finì che un anno dopo l’altra società chiuse e la mia diventò leader di mercato. Nel 2000 è diventata una Spa che distribuisce i suoi prodotti in mezzo mondo.

E la Thailandia come è entrata nella tua vita?

La verità è che io sono un pigro. Mi ero posto un obiettivo di vita: entro i 40 anni dovevo essere in grado di avere abbastanza soldi per smettere di lavorare e di trasferirmi in Thailandia dove andavo sempre in vacanza per allenarmi nella Muay Thai. Volevo godermi quello che avevo costruito. Ho cominciato a strutturare meglio l’azienda in modo da potermene staccarmene più facilmente. Ho sforato con l’età, ma l’obiettivo restava quello. Portavo sempre con me Mathias in palestra, ma a lui inizialmente non piaceva.

Perché a Mathias non piaceva allenarsi?

R: Non gli piaceva perché la facevo io…

M.: Non è vero, è che io ero in vacanza e volevo solo stare in spiaggia a divertirmi, non andare in palestra.

Come è stato il trasferimento in un paese con una cultura tanto diversa dalla nostra?

M.: Io ero disperato, per me è stato terrificante. È stata una delle prime sfide che ho dovuto affrontare nella mia vita. Ma sin da piccolo quando qualcosa mi fa paura, la affronto. E così ho fatto anche se i primi tre mesi piangevo quasi tutti i giorni. La mattina andavo a scuola, il pomeriggio mi allenavo.

R.: Io non ho un ricordo così tragico di quei primi tempi. I primi giorni di scuola Mathias piangeva, è vero. Non parlava inglese e faticava a comunicare. Ma una settimana dopo sono andato a prenderlo e stava già giocando a basket con gli amici. Quando gli ho chiesto di venire mi ha risposto: “Wait a moment!”. Lì ho capito che si stava integrando.

Come accade che a un bambino a cui non piaceva la Muay Thai poi diventi un campione mondiale?

R: Una delle chiavi del successo negli affari è saper scegliere le persone e valorizzarne il talento, vedere prima quello che altri non vedono. Io vedevo che Mathias poteva fare cose importanti, anche se sapevo che in questo sport nessun italiano aveva mai raggiunto a livelli top. Lui invece è arrivato a fare storia. È il primo italiano ad essere entrato nel ranking del più importante stadio di Bangkok, il Lumpinee. Da piccolo lo avevo portato lì a vedere un combattimento e ricordo che gli feci una battuta: “Arriverà un giorno in cui io entrerò qui gratis grazie a te, io sarò il tuo coach”. Lui rise, ma vidi i suoi occhi illuminarsi.

M.: All’inizio per me era come una qualsiasi attività extrascolastica. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio mi allenavo. Il mio primo combattimento l’ho fatto a 12 anni. E andò bene. Da lì tutto è diventato sempre più naturale e mi sono appassionato.

Gallo Cassarino

Che cos’è che vi piace così tanto di questa disciplina?

M.: La Muay Thai è uno sport da combattimento, ma non è il classico sport dove i pugili si minacciano e devi essere un “bad boy”, se no sul ring non duri tre secondi. Questo è un vero sport in Thailandia quelli che lo praticano sono tutti bravi ragazzi, persone pacifiche e tranquille. Noi stiamo sul ring per competere, non per farci del male. Devi avere le palle è vero, ma non siamo incazzati col mondo. Se lo sei potresti avere una motivazione in più, ma potrebbe anche giocare a tuo sfavore. E poi salire sul ring ti obbliga a uscire dalla tua zona di comfort come nient’altro nella vita. Ogni volta che finisci un combattimento cresci, fai un’esperienza che ti permette di conoscere te stesso, i tuoi limiti e di superarli.

R.: La Muay Thay è una metafora della vita. Insegna ai ragazzi che se cadi devi rialzarti, che a volte vinci e pensi di essere imbattibile ma nel match dopo ti stendono e ti rendi conto che non lo sei. Ti insegna a non mollare mai e che quando sei sotto i riflettori non devi entusiasmarti troppo perché anche se oggi va bene, domani chi lo sa. Quando arrivi a misurarti sul ring, nella vita affronti le cose in modo diverso.  Non vai in depressione per il minimo contrattempo. In Europa però la Muay Thai è vista diversamente. In Thailandia c’è un gentleman agreement, ci sono dei valori e c’è rispetto. Se al quinto round hai vinto, l’avversario che non ce la fa più ti fa un segno col guanto e sai che non devi infierire. In Europa invece devi metterlo ko.

Nel 2014 avete aperto il 7MuaiThai. Chi sono i vostri clienti e come si vive nel vostro resort?

R: Il 7MuaiThay si trova a 800 metri dal mare in un paesino lontano dalle rotte turistiche classiche. È un resort-camp dedicato a persone che amano allenarsi. Oltre agli atleti ci sono anche famiglie di turisti, alcuni con bambini, che vengono per fare una vacanza sportiva, anti-stress o per rimettersi in forma. Da noi non viene il turista “commerciale”. Qui si fa un’esperienza genuina perché ci si allena e si vive insieme ad atleti di fama mondiale che ti motivano, ti incentivano a non mollare. Ho tante storie di persone a cui stare qui ha cambiato la vita.

M.: Sì, la vita nel camp è in comune. I pugili hanno le camerate, ma ci sono anche stanze singole e doppie con vista piscina per chi è in vacanza. Si fa il bagno insieme in piscina dopo l’allenamento, si mangia insieme…

Che rapporto avete con l’Italia?

R.: Io ci torno ogni tanto, ma non mi ci trovo più. Mi piace vedere amici e parenti, mi piace la cucina. Ma appena arrivo a Milano vedo la gente stressata e i primi giorni è una doccia fredda. Se al supermercato tocchi qualcuno con il carrello ti insultano. Poi ti ricordi che eri anche tu così. Qui siamo molto più rilassati.

M.: Ci torno ogni due anni più o meno e sempre volentieri, se lo faccio per vacanza. Ma se dovessi tornare per restarci, in un’ottica di lavoro, credo che sarebbe traumatico.

In Thailandia quanto vi pesano le differenze culturali?

M.: Molto. Io qui ho amici solo stranieri perché la cultura è troppo diversa. Per me è difficile trovare un legame profondo con la gente locale.

R.: È vero che ci sono differenze culturali, ma Mathias ha vissuto troppo poco in Italia per sapere che come imprenditore io ho avuto le stesse difficoltà con il personale che ho qui.

Mai pensato di mollare?
M.: Quando mi alleno per gli incontri lo penso quasi tutti i giorni (poi però ride di gusto, ndr). Ci sono delle mattine in cui quando ti alzi è davvero dura. Specie quando devo fare il “taglio del peso”. Tre giorni prima dell’incontro ci disidratiamo e controlliamo il cibo riducendolo in modo graduale e quindi arriviamo ad essere una vera… schifezza. A me piace molto mangiare e questo è un grande sacrificio.

R.: Mathias avrà almeno 150 punti di sutura tra viso e testa. Ma per lui credo che davvero la cosa più dura sia rinunciare al cibo. Da ragazzino sua mamma provava a cucinargli cose sane ma lui già allora mangiava tantissimo e ci disse: “Già mi ammazzo di fatica in palestra e sul ring, non posso rinunciare a mangiare quello che voglio”. Così abbiamo adottato il “taglio del peso”.

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?

R: Io quello di fare il pensionato sul serio! Quando Mathias e gli altri suoi compagni avranno raggiunto i loro obiettivi, mi auguro di poter entrare in palestra solo per allenarmi e non dover più seguire nessuno.

M.: Io sto cercando di raggiungere la cintura dello stadio Lumpinee che è il titolo più ambito da tutti gli atleti di Muay Thai nel mondo, non solo in Thailandia. La maggior parte delle persone non ci arriva nemmeno vicino. Io sono nei top 10 di questo stadio e spero di poter arrivare presto a sfidare il campione.

Interviene Roberto: Lui è modesto per natura, ma in realtà è stato sul punto di raggiungere il titolo già due volte. Manca poco, sono sicuro.

Mathias, fino a quando hai intenzione di combattere, ?

 M.: I thailandesi iniziano a sei anni e verso i 25 si ritirano. Io ho iniziato a 12 e credo non andrò ìoltre ai 30 anni, a meno che non ci siano opportunità straordinarie.

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