Questo sito contribuisce alla audience dilogo Tiscali

Silicon Valley Italian Hub, due italiani lanciano un nuovo centro per sostenere le startup tricolori

Gli imprenditori italiani, si sa, vanno ovunque, ma se qualcuno costruisce loro un ponte per agevolare il cammino, possono arrivare ancora più lontano. Il nuovo Silicon Valley Italian Hub, spazio di aggregazione e sviluppo dedicato alla più innovativa imprenditorialità italiana, aperto lo scorso maggio a Menlo Park, nel cuore della California tech,  ha proprio questo scopo.

Vicino di casa di colossi come Facebook e dell’Università di Stanford, creato da Luigi Bajetti e Massimo Sgrelli, i due fondatori di Lombardstreet Ventures, società di venture capital che investe nelle startup tecnologiche più promettenti, il Silicon Valley Italian Hub si propone di utilizzare i suoi oltre mille metri quadri di superficie per offrire agli startupper italiani l’opportunità di accedere a programmi di accelerazione, partecipare a bootcamp e creare una rete di rapporti utili alla crescita.

Silicon Valley Italian Hub

Il Silicon Valley Italian Hub è nato per “dare una casa agli italiani che pensano in grande” si legge sul sito dell’hub tricolore, ma in realtà il progetto è ancora più ambizioso. Abbiamo chiesto a Luigi Bajetti, originario di Brescia come il suo socio Sgrelli, di raccontarcelo.

Come è nata l’idea del Silicon Valley Italian Hub?

Da un paio d’anni grazie a Lombardstreet Ventures, Massimo ed io abbiamo cominciato a lavorare con Mukul Agarwal, imprenditore e investitore indiano che vive in Silicon Valley da 25 anni, grande esperto di startup. Lui ha inventato BootUp, un ecosistema di aggregazione da cui siamo partiti per realizzare Bootup world, un “mondo dell’avvio” del quale il Silicon Valley Italian Hub è solo il primo tassello. La nostra intenzione è creare hub di varie nazioni e abbiamo già iniziato con Giappone, Corea e Spagna, che si troveranno nello stesso luogo fisico di quello italiano, per ricreare la cultura di melting pot tipica di Silicon valley.

Silicon Valley Italian Hub

Mukul Agarwal e Luigi Bajetti

Covid-19 permettendo, cosa si fa nel Silicon Valley Italian Hub?

Gli imprenditori, quando si potrà accedere fisicamente all’hub, avranno a disposizione un luogo per lavorare, fare boot camp mirati e percorsi di accelerazione. L’idea è aggregare gli attori chiave di ogni ecosistema e quindi startup, aziende, università, banche ed investitori. Il nostro principale obiettivo è creare una cultura e un mindset adeguati alla crescita. Stiamo lavorando per stringere partnership che ci aiutano a far crescere l’ecosistema. La prima realizzata è con il Polihub, l’acceleratore del Politecnico di Milano e la seconda con Ar-Ter, acceleratore tecnologico dell’Emilia Romagna.

Cosa bisogna fare per usufruire dei servizi che offrite?

Sul sito è disponibile tutta l’informazione necessaria e l’application ai vari programmi.

Quali sono i tre fattori più importanti per il successo di una startup?

La prima è senz’altro la resilienza. Da fuori si leggono le notizie di chi ha avuto successo e sembra che tutto sia facile. Invece, ci vuole tanto tempo e tanta resilienza. La prima cosa che facciamo quando dobbiamo valutare l’investimento in una startup è conoscere perfettamente il fondatore. Dobbiamo essere certi che per i seguenti 10 anni la persona abbia in testa solo quell’obiettivo. Siamo in un mondo che cambia velocemente, basta vedere che cosa è accaduto con la pandemia, perciò bisogna sapersi adattarsi e modificare il proprio modello anche cento volte per stare al passo coi tempi. Questo accade solo se si ha resilienza, oltre a una visione a lungo termine.  In secondo luogo bisogna avere la capacità di selezionare un team giusto e infine avere una mente non esclusivamente “logica”. Bisogna saper pensare fuori dagli schemi e di avere una visione globale di tutto quello che si fa.

Qual è il primo percorso di accelerazione che state portando avanti con il Silicon Valley Italian Hub?

Stiamo lavorando su un percorso di accelerazione dedicato solo a donne italiane fondatrici di startup. A breve lo lanceremo in Italia. Partiremo ad agosto. Per ottobre termineremo la selezione e le startup selezionate faranno un percorso di quattro settimane in Italia in preparazione alle 10 settimane che faranno in Silicon Valley a partire da gennaio 2021. Sembra strano a dirsi, ma la Silicon Valley è ancora un posto abbastanza maschilista. Tutti si stanno sensibilizzando solo adesso. Eppure, secondo la mia esperienza, le donne sono in grado di adattarsi meglio e più velocemente ai cambiamenti. Il 40% delle startup in cui abbiamo investito coem Lombardstreet è guidato da donne e sono quelle che stanno andando meglio.

Voi come investitori avete contatti con startupper di tutto il mondo. Cosa caratterizza gli imprenditori italiani in positivo e in negativo?

Posso sembrare di parte ma credo davvero che gli italiani siano i migliori, perché una volta partiti non li ferma più nessuno. Quelli che sono già in Silicon Valley non mollano mai ed è per questo che vogliamo favorire la possibilità di arrivarci. Di negativo c’è che quando sono in Italia molti attendono di raccogliere il denaro prima di decidere se muoversi o no. Invece, se si crede nel progetto bisogna agire subito, partire e sfruttare tutti contatti. Noi vogliamo favori questo tipo di

Qual è il modello di organizzazione che ritenete più adatto agli impreditori italiani che sognano di trasferirsi nella Silicon Valley?

Crediamo molto nel modello duale, vale a dire la presenza del founder e qualche collaboratore in Silicon Valley e il resto del team in Italia. Così si ottiene il meglio dei due mondi. Da un lato qui l’imprenditore si trova nel cuore degli investimenti e ha tutte le aziende tech più grandi del mondo a un’ora d’auto e dall’altro e in Italia può dare lavoro a programmatori, scienziati e ricercatori, che hanno sicuramente una preparazione superiore rispetto a quelli di altri paesi, i quali possono ricevere uno stipendio molto più alto rispetto a un’azienda normale, ma che per l’imprenditore è comunque più economico rispetto a quello che pagherebbe se i programmatori fossero negli Usa.

Ti potrebbe anche interessare