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Stefano Sannino, ex-Ambasciatore in Spagna, oggi tra i vertici UE. Diplomazia fuori dagli schemi

Il mio primo incontro con Stefano Sannino, fino allo scorso anno Ambasciatore di Italia in Spagna e recentemente nominato Segretario Generale del Servizio Europeo per l’azione esterna (SEAE), risale al 2016.

Un evento che mi trovavo a presentare a Barcellona aveva come ospite d’onore l’Ambasciatore, a quel tempo fresco di nomina, e gli organizzatori si erano raccomandati di utilizzare il giusto titolo per invitarlo a salire sul palco. La parola che doveva procedere l’annuncio del ruolo e del suo nome era “Eccellentissimo”, ma complice la tensione del momento, finii per scordarmi dell’appellativo onorifico, accorgendomi della mia mancanza soltanto quando l’Eccellentissimo in questione aveva già raggiunto il leggio da cui avrebbe tenuto il suo discorso. Alla prima occasione mi scusai, ma come risposta (e con mia sorpresa), mi arrivò un sorridente “Chissenefrega! E diamoci pure del tu”.

Un aneddoto che dice molto di questo napoletano con una carriera folgorante che lo ha condotto a occupare posizioni di rilievo fino a raggiungere i vertici istituzionali dell’Unione Europea. Da sempre le professioni diplomatiche richiamano alla mente figure un po’ “ingessate”, vincolate da un rigido protocollo e poco inclini alla prossimità. Stefano Sannino è invece l’emblema di una diplomazia che, senza perdere le forme, riempie le relazioni personali di sostanza.

La nascita di un sogno

Stefano SanninoL’idea intraprendere la carriera diplomatica si affaccia fin da adolescente nella mente di Sannino, nella cui famiglia nessuno si era mai dedicato a questa professione. È il protagonista a raccontare come nasce un sogno che più avanti, con determinazione, farà diventare realtà:

A 16 anni mio padre mi chiese che cosa mi sarebbe piaciuto “fare da grande”, in modo da capire a quali studi universitari dedicarmi. Io non ne avevo idea perciò mi presentò alcune persone affinché mi spiegassero in cosa consisteva il loro lavoro, per capire se avrebbe potuto interessarmi. Tra di loro c’era un diplomatico, all’epoca console a Durban. Per me, che venivo da un paesino e sognavo imprese eroiche, quella sembrò subito una professione da sogno.

L’incontro che cambia la vita

Fedele alla sua decisione, il giovane Stefano Sannino si laurea in Scienze Politiche all’Università Federico II di Napoli e nel marzo del 1986 entra in diplomazia. Quindi, grazie a una specializzazione in commercio internazionale, viene assegnato a un ufficio economico. È durante questa prima fase della sua carriera che conosce Renato Ruggiero una delle figure politiche e diplomatiche più rilevanti del nostro Paese, a quel tempo Segretario Generale del Ministero degli Esteri, che definisce un vero “padre professionale”:

Lavorare con Renato Ruggiero è stata la grande fortuna della mia vita, una scuola dura, esigente, ma straordinaria. Lui mi ha insegnato una disciplina, una forma di pensiero che mi sono rimaste per tutta la vita. Gli devo il mio modo di essere professionale.

Renato Ruggiero (1930-2013), mentore di Stefano Sannino, in un’immagine del G8 di Genova nel 1998 (Foto By World Trade Organization from Switzerland )

Ed è proprio grazie ai consigli del futuro Ministro degli Esteri che Stefano Sannino impara a conoscere da vicino il cuore delle istituzioni europee. Racconta il protagonista:

Io quel tempo sognavo ancora l’avventura, l’esotismo e il mare. Mi sarebbe piaciuto andare a Cuba, in Marocco o in Madagascar. Ma Renato, che era un grande europeista, mi convinse ad andare nella fredda Bruxelles, dove rimasi i primi anni e che da allora mi è sempre rimasta nel sangue.

A Belgrado in tempo di guerra

Per ogni diplomatico le missioni in paesi stranieri rappresentano un passaggio obbligato per la costruzione del proprio curriculum e, dopo Bruxelles, a Stefano Sannino tocca una sede a quell’epoca decisamente scomoda: Belgrado. È lui stesso, con grande autoironia, a raccontare l’assegnazione:

Ancora una volta io sognavo la Tunisia o il Marocco, ma il mio capo a Bruxelles vide che tra i posti liberi sulla lista c’era Belgrado e mi suggerì di scegliere quella destinazione. Era il 1993, c’era la guerra in Bosnia, la situazione era delicata, tra isolamento e sanzioni. Insomma, non certo un posto ideale. “Perché mi vuoi tanto male?” gli chiesi, ma lui mi rispose che proprio perché ero bravo non mi dovevo fare la nomea di quello che vuole solo le sedi comode. “Devi dimostrare che sei uno di cappa e spada” mi disse. Io ero abbastanza giovane, perciò pensai che il ragionamento fosse corretto. Dovevo investire nel mio futuro e fare quella gavetta anche se mi ripromisi che allo scadere dei due anni e un giorno me ne sarei andato. Non sapevo ancora che avrei amato molto quella città.

Con Sarajevo sotto assedio e le drammatiche notizie sul regime di Milosevic, Stefano Sannino, non senza qualche timore, si mette in viaggio verso Belgrado:

Mi avevano detto che a Belgrado non c’era nulla, perciò partii con una station wagon strapiena di ogni cosa, dalla carta igienica ai gancetti per le tende. In territorio serbo ricordo che si accese la spia dell’olio del motore. Avevo quello di riserva in auto, ma avevo sentito così tante voci sulla cattiveria dei serbi che l’idea di fermami per strada per rabboccarlo mi terrorizzava. Capii presto che c’era stata una sovrapposizione tra il regime e la gente, che invece, è fantastica. A Belgrado, poco più tardi, scoprii il mio grande amore per i Balcani.

Bruxelles, Roma, di nuovo a Belgrado e la carriera decolla

Con la presidenza italiana dell’UE Stefano Sannino viene richiamato a Bruxelles per poi trasferirsi a Roma dove lavora prima con  Piero Fassino e poi con Enrico Letta. Ma nel 2000 la caduta del regime di Milosevic permette all’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) di riaprire il suo ufficio a Belgrado e l’esperienza di Stefano Sannino nei Balcani fa sì che venga nominato capo missione e torni a risiedere nella capitale serba.

Fu un periodo stupendo, c’era un’atmosfera bellissima di liberazione, specie il primo anno. Il mio lavoro consisteva nell’aiutare a rimettere in piedi il sistema democratico del paese, una missione molto gratificante.

L’amicizia con Romano Prodi

Romano Prodi (Foto: CCIB)

È del 2002 l’incontro con la seconda persona decisiva nella vita professionale di Stefano Sannino, Romano Prodi, in quel momento Presidente della Commissione Europea. Una relazione che non solo determinerà un’accelerazione nella sua già folgorante carriera, ma darà vita a una solida e duratura amicizia. Racconta il diplomatico:

Io non conoscevo Prodi, ma mentre ero a Belgrado ricevetti una sua chiamata in cui mi informava che gli era stato fatto il mio nome per il ruolo di Consigliere diplomatico nel suo gabinetto. Mi invitò ad andare a Bruxelles per una chiacchierata. Ovviamente accettai. Il giorno dell’appuntamento fu difficile riuscire a far decollare la conversazione. Gente che entrava, telefoni che squillavano in continuazione… Così Prodi mi disse di cenare con lui quella sera per poter parlare con calma. Restammo insieme fino a tardi, fu una cena piacevolissima e quando ci salutammo mi disse: “Allora cominci domani?”. Tre settimane dopo ero a Bruxelles.

Da quel momento la carriera di Stefano Sannino si arricchisce di ruoli di spicco. Tra il 2004 e il 2006 è Direttore per la gestione delle crisi della Commissione Europea e quando Prodi torna al Governo lo segue a Roma con l’importante incarico di Consigliere diplomatico. Ricorda il protagonista:

Fu un’esperienza molto positiva. Prodi è una persona straordinaria, di un’umanità infinita e con una grande visione politica.

Rappresentante permanente per l’Italia all’Unione Europea

Tornato a Bruxelles, Stefano Sannino accetta prima l’incarico di Direttore Generale Aggiunto per le Relazioni Esterne con delega all’Asia e all’America Latina e nel 2011 a 52 anni, viene nominato Direttore Generale all’Allargamento della Commissione Europea, dove crea le condizioni che hanno portato la Croazia nell’UE e avvia i negoziati per l’ingresso del Montenegro.

Nel 2013, in Italia, Enrico Letta diventa Presidente del Consiglio e propone a Sannino uno dei ruoli più prestigiosi per un diplomatico, quello di Rappresentante permanente dell’Italia all’Unione Europea con la prospettiva di gestire a Bruxelles la Presidenza italiana dell’UE nel secondo semestre del 2014.

Ricordo che ero in auto quando mi richiamò Letta, dicendo di aver parlato con Emma Bonino, allora Ministro degli Esteri, per farmi questa nuova proposta. Accettai, onorato, e il primo luglio 2013 diventai Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea.

Una grande storia d’amore

Stefano sannino

Il 2013 si rivela un anno memorabile nella vita di Stefano Sannino perché oltre all’importante nomina, il diplomatico si sposa con quello che non ha difficoltà a definire il suo grande amore: il catalano Santiago Mondragón, suo compagno dal 2003, a sua volta diplomatico a Bruxelles. Racconta il protagonista:

La nostra è una grande storia d’amore che dura da quasi diciotto anni. Santiago, che ha una mente matematica, ha voluto che il nostro matrimonio si celebrasse a Bruxelles lo stesso giorno del nostro primo incontro. Se ho avuto la capacità e forza di fare tutto quello che ho fatto nella mia vita, restando, credo, una persona abbastanza equilibrata, lo devo a lui. Per me è un elemento di stabilità fondamentale. Io posso arrivare a casa distrutto, stanco o arrabbiato e lui è sempre lì, che mi ascolta e sa dire la parola giusta.

Ambasciatore d’Italia in Spagna

Gli avvicendamenti della politica italiana, si sa, determinano spesso cambiamenti di ruolo a tutti i livelli. È così che Matteo Renzi nel 2016, solleva dall’incarico Stefano Sannino per poi nominarlo Ambasciatore in Spagna. Spiega il diplomatico:

Quello fu un periodo abbastanza complicato per me. Non si può fare il Rappresentante Permanente a Bruxelles se non si ha un pieno rapporto di fiducia col Presidente del Consiglio. In ogni caso, dal punto di vista personale, la proposta di andare a Madrid come Ambasciatore per me è stata “fare bingo” perché mi ha permesso di vivere quattro anni meravigliosi.

Stefano sannino

Stefano Sannino quando era Ambasciatore d’Italia in Spagna, con Gaia Danese, Console Generale a Barcellona, e Igor Garzesi, Presidente della Camera di Commercio Italiana a Barcellona. (Foto: CCIB)

Le battaglie arcobaleno

Nei quattro anni di mandato come Ambasciatore in Spagna, Paese in cui il consenso sociale e politico sulle unioni omosessuali è molto ampio, Stefano Sannino manifesta apertamente il suo sostegno alle iniziative a favore del collettivo LGTB, alcune delle quali non mancano di creargli qualche inconveniente, come nel caso dell’esposizione della bandiera arcobaleno in Ambasciata, in occasione del Gay Pride di Madrid del 2018. Racconta il protagonista:

Ci fu un un’interrogazione parlamentare per vilipendio alla bandiera. Io sinceramente non sapevo che esistesse una circolare interna che obbligava a chiedere il permesso al Governo, anche perché molte altre ambasciate a Madrid fanno lo stesso. In Parlamento ho cercato di spiegare il contesto politico. Bisogna capire che in Spagna c’è un riconoscimento sociale e politico per chi ha un ruolo attivo nella lotta per i diritti di questo collettivo. Anche a Bruxelles la situazione è ideale. Vengo sempre invitato agli eventi formali con Santiago e non ho mai dovuto nascondere nulla. E lo scorso novembre la Commissione Europea ha fatto la prima strategia combattere la discriminazione delle persone LGBT.

La comunità italiana in Spagna

L’esperienza come Ambasciatore ha lasciato a Stefano Sannino una percezione chiara sulla grande comunità italiana che popola la Spagna:

Il primo dato è l’eterogeneità della nostra comunità, il secondo è che è estremamente integrata nella società spagnola. Tra italiani e spagnoli c’è una grande affinità di stile di vita che ha generato molte coppie miste. Ma ho trovato anche un elemento di differenza che crea curiosità e attrazione reciproche. Con tutte le eccezioni del caso, trovo che gli italiani siano “sferici”, gli spagnoli più spigolosi o “verticali”. Mi spiego: noi Italiani siamo più accondiscendenti, abbiamo una tendenza a smussare gli angoli, a trovare sempre una soluzione. La nostra è la cultura del compromesso e non ci scandalizziamo per questo, perché non la riteniamo qualcosa per cui rinunciamo ai nostri valori, bensì un modo per riuscire a convivere pacificamente. La mentalità spagnola è più rigorosa, basata sul restare sempre e comunque fermi nei principi.

Il lavoro come Segretario Generale del Servizio Europeo per l’azione esterna

Terminato l’incarico come Ambasciatore a Madrid, Stefano Sannino ad aprile 2020 rientra a Bruxelles per lavorare con l’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza, Josep Borell. E’ lo stesso Borrell che nel gennaio 2021 gli affida l’incarico di Segretario Generale del Servizio Europeo per l’azione esterna, organismo alla cui nascita aveva già contribuito dieci anni prima e che ha il compito di assistere l’Alto Rappresentante nella gestione della politica estera, di sicurezza e di difesa dell’Unione Europea. Il diplomatico descrive così il complesso lavoro di questo organismo:

Il nostro compito è far sì che l’indirizzo politico dato dall’Alto rappresentante venga tradotto in una concreta  linea d’azione. Lavoriamo in un sistema inter-istituzionale. Diciamo che è come se fossimo allo stesso tempo Ministero degli Esteri e della Difesa di un governo nazionale.

Il progetto di vivere tra Barcellona e Madrid
Stefano Sannino

Stefano Sannino con l’autrice dell’articolo, Patrizia La Daga

Instancabile (e affabile anche dopo un’ora e mezza di intervista) Stefano Sannino, che lo scorso 24 dicembre ha compiuto 61 anni, ha chiaro che lo aspettano altri quattro anni impegnativi a Bruxelles prima di dover decidere a cosa dedicarsi una volta terminato l’incarico. Ma il desiderio di tornare a vivere in Spagna è una certezza:

Ci farebbe piacere vivere tra Barcellona e Madrid. Barcellona è la città dove è nato e cresciuto Santiago. Madrid ci è entrata nel cuore. Non voglio dover scegliere tra le due città. Non so ancora cosa farò dopo, ma quello che so è che ho sempre fatto lavori che mi sono piaciuti. La mia è stata una carriera atipica e poco ortodossa, con cambi frequentissimi e non mi sono mai pentito di nessuna scelta.

Sulla dote più importante richiesta dalla carriera diplomatica non ha dubbi:

È l’entusiasmo. La vivacità e la curiosità intellettuale che servono per capire come utilizzare al meglio gli strumenti che hai per incidere sulle cose e sulla realtà.  La cosa che mi piace un po’ meno, invece, è la parte formale del lavoro. Ricordo che quando facevo il Consigliere diplomatico al Ministero del commercio con l’estero, uno dei direttori generali dell’epoca mi domandò perché mi ostinavo ad analizzare i dossier: in fondo, mi disse, il lavoro del diplomatico è quello di mettere le persone a tavola! Ecco, io non ho mai pensato che il lavoro del diplomatico si limitasse alla parte formale. Non mi è mai piaciuto lo stereotipo del diplomatico che passa da un ricevimento all’altro. Da giovane sognavo l’avventura. Da adulto spero che il mio lavoro contribuisca a creare un mondo migliore.

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