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Paese che vai, comunicazione che trovi

La comunicazione degli italiani? Un mistero affascinante per molti stranieri. La prima volta che mi sono ritrovata in coda al supermercato in Germania in religioso silenzio ho realizzato quanto l’ansia comunicativa fosse tipicamente italiana. Nonostante le mie origini torinesi, città non particolarmente nota per la sua espansività, quel silenzio mi creava un profondo disagio, inimmaginabile non scambiare neanche una parola con chi stava davanti o dietro di me. Silenzio.

Gli anni a seguire sono stati per me un processo di scoperta in cui ogni sensazione, percezione, emozione si convertiva in stimolo per  comparare, analizzare, capire…che cosa cambiava mille chilometri più a nord? Cosa stava alla base di abitudini e modi di comunicare così differenti? La comunicazione nei paesi nordici sembrava essere ridotta ai minimi termini, all’essenziale, dritta al punto e senza fronzoli, soprattutto nel contesto professionale e lavorativo. Destabilizzante per chi come me arrivava da una cultura in cui la comunicazione è vita, in cui fare quattro chiacchiere non ha alcun fine in sé, a parte quello di essere in relazione con l’altro.

Sono passati molti anni da quando lessi per la prima volta “Beyond Cultures” di Edward Hall. La sua comparazione tra culture “high context” e “low context” mi aprì un mondo, dandomi la chiave di decodifica di quei comportamenti che causavano perplessità, frustrazione, a volte rabbia. Secondo Hall, le culture ad “alto contesto” sono quelle in cui le cose vengono raramente chiamate con il loro nome, si presume che l’altro sappia, per cui i dettagli sono considerati negativi e dispersivi, la comunicazione avviene tra le righe, le allusioni, le espressioni facciali, i gesti corporei e molti altri elementi contestuali forniscono molte più informazioni delle parole stesse. Nelle culture a “basso contesto” non ci si aspetta che la maggior parte delle informazioni sia già conosciuta o interpretabile attraverso il contesto. Tutto si chiama per nome, la comunicazione è diretta, le informazioni sono precise e dettagliate in ogni momento.

Culture ad alto contesto

Culture con un forte riferimento contestuale si trovano nei paesi dell’Europa meridionale (Italia, Spagna, Francia), in molti paesi asiatici (Cina, Giappone), nonché in America Latina. Culture con basso riferimento contestuale sono invece gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, i paesi scandinavi, i paesi del Benelux. Naturalmente non si tratta di due categorie contrapposte, ma piuttosto di una linea continua che va da un estremo “high context” a un estremo “low context” sulla quale ogni cultura si posiziona. L’Italia sarà allora più “high context” della Germania, ma meno del Giappone, per esempio. Questa dimensione culturale ha delle forti ripercussioni sul nostro modo di interagire con gli altri. In una cultura ad alto contesto, infatti, in cui prevale il non detto, molte informazioni vengono date per scontate e non si può prescindere dalla lettura della situazione, la relazione assume un’importanza centrale. Curare il rapporto con l’altro, entrare in sintonia, stabilire una relazione armonica  sono allora gli obiettivi fondamentali di qualsiasi comunicazione, perché è attraverso la relazione che si ottengono gli elementi necessari per intrepretare il contesto.

Culture a basso contesto

In una cultura a basso contesto, al contrario, l’attenzione viene posta sull’informazione che deve obbligatoriamente passare da A a B in modo chiaro e dettagliato. In questo caso la priorità è il messaggio e la relazione passa in secondo piano. Per questo motivo non si perde tempo in convenevoli, la comunicazione è centrata sulle informazioni essenziali e non vi è timore nell’essere diretti e impersonali perché una comunicazione educata è una comunicazione funzionale al messaggio, che non fa perdere tempo all’altro, ma anzi rispetta la relazione proprio fornendo dati dettagliati e precisi, che non lasciano dubbi di interpretazione.

Informarsi  e formarsi per trovare il giusto approccio

Con queste premesse è facile immaginare come un incontro di lavoro tra un italiano e un norvegese o tra un italiano e un canadese, ognuno con le proprie aspettative, possa svolgersi in modo deleterio. L’italiano tutto impegnato a prodigarsi per far sentire accolto l’interlocutore e gettare le basi per una buona relazione; il norvegese o il canadese spazientito dagli infiniti convenevoli e desideroso di arrivare al dunque. In questo e in infiniti altri frangenti, conoscere le aspettative dell’altro è fondamentale per affrontare l’incontro con il giusto approccio. La curiosità e la voglia di formarsi per apprendere i comportamenti più adeguati in contesti culturali differenti sono parte fondamentale della crescita personale di ognuno di noi in un mondo sempre più globale e interconnesso.

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