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Coronavirus a Londra: l’emergenza a lungo negata. La testimonianza di un’imprenditrice italiana

Il coronavirus a Londra fa sempre più paura. Il direttore della Sanità nazionale Stephen Powis ha annunciato che se i morti non supereranno i 20.000, un numero impressionante, il Regno Unito potrà dire di aver lavorato bene.

Mentre il governo di Boris Johnson tergiversava prima di dichiarare l’attuale lockdown, i contagi dilagavano riempiendo gli ospedali. Come hanno vissuto l’emergenza i tantissimi italiani residenti a Londra, testimoni diretti del dramma che vivevano amici e familiari in Italia, ma obbligati dalle decisioni del governo britannico a continuare a vivere e lavorare come se nulla fosse?

La testimonianza dell’imprenditrice italiana

Per continuare la serie delle testimonianze di espatriati italiani nel mondo sul Covid.-19, abbiamo raggiunto Rossella Forlè, imprenditrice da anni residente nella capitale inglese. Questo è il suo racconto.

Da italiana a Londra, seguo quotidianamente e con apprensione lo sviluppo della situazione nel mio Paese e mi sento profondamente unita al cordoglio di tutte le famiglie che vivono ore drammatiche, specie nelle comunità in cui il virus si è abbattuto con virulenza; dall’altra avverto, mai come ora la lontananza fisica, il distacco dalla famiglia e dagli amici e l’impossibilità di raggiungerli. Le frontiere chiuse acuiscono ancor di più la sensazione di separazione. C’è forte preoccupazione in particolare per i genitori anziani.

Il coronavirus a Londra e i pregiudizi anti-italiani

Ma c’è, purtroppo, molto di cui preoccuparsi anche qui. Quando il virus ha iniziato a circolare nel Regno Unito, da un giorno all’altro tanti italiani sono divenuti come untori di morte e sono riaffiorati i soliti stereotipi. Per citare due episodi: la scuola secondaria inglese che ha chiuso due giorni per effettuare una “profonda pulizia” poiché alcuni alunni erano di origine italiana, per non parlare poi dell’aberrante affermazione del Dott. Christian Jessen, un noto volto televisivo, che ha affermato che il coronavirus “è una scusa degli italiani per prolungare la loro siesta”.

Fino a meno di due settimane fa, la strategia di Boris Johnson non era quella di seguire il modello italiano, o cinese ma di spingere verso la cosiddetta “immunità di gregge”, sacrificando chi è più debole e vulnerabile.

“Preparatevi a perdere i vostri cari”, ha affermato alla televisione, senza batter ciglio, con una superficialità tale da essere definito su The Guardian “levitas incarnate”, la leggerezza incarnata. Dopo quel discorso ho iniziato a pensare seriamente di tornare in Italia, spaventata da questa cinica affermazione e dalla indifferenza generale di colleghi o gente comune che continuava a parlare di una ‘comune influenza che colpisce solo gli anziani’, come se le persone anziane, avessero meno diritti degli altri di vivere.

Ma è stato anche un momento in cui ho realizzato quanto fossi fortunata ad essere italiana. Mi sono sentita orgogliosa di essere nata e cresciuta in un paese che mette le persone prima di qualsiasi calcolo economico.

coronavirus a Londra

Foto: Boris Johnson by Annika Haas (EU2017EE)

La retromarcia di Boris Johnson

Salvo poi che Johnson si sia rimangiato tutto, facendo una retromarcia clamorosa e ha iniziato a seguire l’Italia, sebbene fino alla scorsa settimana le strade di Londra e la metro non fossero proprio deserte. Con questo goffo tentativo di agire sempre diversamente dagli altri per poi rendersi conto che da soli non si va lontano, l’Inghilterra ha perso qualche settimana di vantaggio e adesso l’epidemia di coronavirus a Londra e in tutto il Regno Unito cresce a ritmi vertiginosi.

Per ironia della sorte, lo stesso Boris Johnson venerdì è risultato positivo al virus. Le stesse voci che hanno guardato con ilarità alla nostra scelta, quasi fossimo i soliti sfaticati, si sono quietate e la popolazione britannica ha manifestato anche qui segni di preoccupazione che si è trasformata in panico quando è stata comunicata la quarantena, con assalti ai supermercati.

Un sistema sanitario al collasso

Con un sistema sanitario al collasso, a causa dei tagli continui imposti dall’austerity, non mi sento molto rassicurata. A preoccupare sono soprattutto le condizioni in cui lavorano i tanti operatori sanitari UE che affollano gli ospedali britannici e che stanno rischiando la propria incolumità, per salvare le vite anche di tanti inglesi.

Ma soprattutto mi si sta chiarendo sempre in questi giorni, l’importanza del bisogno che abbiamo gli uni degli altri. L’importanza della solidarietà e della compassione come valori fondamentali della nostra esistenza.

Stay safe!

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